GLORIE NOSTRANE

Un coach per la squadra di Renzi

Con il suo intervento all’assemblea dei circoli del Pd Berruto si guadagna uno scranno da deputato nel prossimo parlamento. L’ex ct della nazionale di volley perfetto per lo storytelling renziano: sinistra rosè fighetta alla Baricco, guru da apericena

Lui ha alzato quel “sabotatori”. E la schiacciata è arrivata con la faccia di Dario Franceschini in primo piano sul megaschermo del teatro Ciak di Milano all’assemblea dei circoli Pd. Occasione col sapore di pretesto per l’attacco frontale di Matteo Renzi a “chi ha nostalgia del passato”, e per dire “io rispondo alle primarie non ai capicorrente”. Lui, Mauro Berruto, ex ct della nazionale di pallavolo, la regia del gioco l’ha solo spiegata. Il suo assist è tutto in quella parola, “sabotatori”, pronunciata per identificare chi nel Pd già mette all'indice il trionfatore delle primarie. Gli applausi e le pacche sulle spalle con un augurio premonitore e ammonitore  – “dobbiamo candidare gente così, non i soliti” – che è parso farina del sacco del ducetto di Rignano, sono arrivati, invece, da Matteo Orfini e Lorenzo Guerini.

Il segretario seppellisce “i giochi di Palazzo”, ora “respiriamo aria nuova”. E chi meglio del 48enne torinese che da commissario tecnico degli azzurri di volley dal 2010 al 2105 ha vinto sette medaglie tra cui il bronzo ai Giochi Olimpici di Londra, può incarnare agli occhi di Renzi il modello del campione? Entrato nel Cus Torino negli anni in cui studiava Filosofia all’Università, un cursus honorum sportivo che lo porta, successo dopo successo, alla guida della nazionale, Berruto conclusa la carriera di allenatore si occupa di affari e “anche di formazione manageriale – come scrive sul suo sito –. Sono stato spesso invitato a parlare presso importanti aziende, gruppi di manager e università in Italia e all’estero a parlare di temi quali: il teambuilding, il teamworking, la leadership, il goal setting”. Non un parola in italiano, ma musica per le orecchie abituate al sound della Leopolda. Che tanto è risuonato in questi al Ciak mentre, nel tranquillo weekend di spaccatura definitiva, a Roma Giuliano Pisapia spiegava che “la politica non è avere tanti like. Politica non è io, è noi".

Una squadra, verrebbe da dire. Ma non certo quella teorizzata da Renzi e affidata, nell’illustrazione, all’ex ct torinese che non dimentica di additare come elementi negativi e destabilizzanti per una formazione che vuole giocare a vincere i “sabotatori”. Mancava avesse detto gufi, ma forse la scaramanzia che alberga negli spogliatoi ha cancellato il povero pennuto dal lessico. Un assist, si sarebbe detto parlando di pallone, che da solo a Berruto varrebbe già un posto in lista. Se poi si aggiungono la sfiorata  o meglio scansata all’ultimo minuto candidatura alle comunali dello scorso anno quando Piero Fassino lo avrebbe fortemente voluto in lista, beh, titolari, riserve e aspiranti del Pd in Piemonte sono avvertiti. L’ex ct oggi ad della Scuola Holden di Alessandro Baricco scenderà in campo, se le circostanze (ovvero la legge elettorale) lo consentiranno, addirittura con la fascia da capitano, capolista insomma. Perché vuoi mica che se Renzi lancia il “modello Berruto” come identikit del candidato da contrapporre e sostituire a quelli vecchi – spartiti tra correnti, con logiche territoriali e con un certo quale riguardo per gli uscenti, specie se al primo mandato, in virtù dell’esperienza maturata – poi non lo metta nelle condizioni di fare il risultato?

Per l’ex commissario tecnico passare dai palazzetti ai Palazzi appare cosa fatta. Nel mezzo, a favorire il transito, la frequentazione di quella sinistra rosè e un po’ fighetta, l’eloquio pieno di citazioni galvanizzanti che nel Pd di Renzi sono apprezzate tanto quanto in una convention di manager o venditori. Ieri l’altro erano segretari di circoli, ma va bin l’istess direbbero sotto la Mole. Quanto andrà bene il modello Berruto lo si vedrà. I precedenti non giocano a favore del pronostico.

L’infatuazione della politica per i campioni dello sport affonda radici nel tempo, ma di frutti non se ne sono mai visti. Il primo campione ad essere cooptato da un partito, la Dc dei primi anni ’50, fu un calciatore. Si chiamava Amadeo Amadei era un garzone di un fornaio, giocò nella Roma, finì in Nazionale, segnò un gol contro l’Inghilterra celebrato da Nicolò Carosio e lo scudocrociato lo volle in lista per le comunali a Roma. Prese un po’ di voti e poi si comprò un forno a Frascati. La storia seguente non ha riservato sorprese, al massimo qualche mediocre e non indimenticabile esperienza tra i banchi di Montecitorio o Palazzo Madama quando è andata bene. Andò un po’ di qua e un po’ di Gianni Rivera: nell’87 accetta l’offerta di Giovanni Goria e Bruno Tabacci di candidarsi nella Dc, eletto e riconfermato nel 92, l’ex golden boy due anni dopo va col Patto Segni in Puglia e nel 96 è nell’Ulivo eletto nel collegio Novi-Tortona. Sconfitto da Silvio Berlusconi a Milano nel 2001 subentra nel 2005 a Mercedes Bresso al Parlamento Europeo per un brevissimo periodo, quasi come i sei minuti a Città del Messico al posto di Mazzola. Nel 2013 ci riprova in Emilia con il Centro Democratico di Tabacci, ma gli va male. Peggio gli era andata due anni prima alle comunali di Milano con lista di Librandi: appena venti preferenze.

E se Rivera almeno per un periodo la poltrona si sottosegretario è arrivata, è durata assai poco quella di ministro per Josefa Idem costretta alle dimissioni dal governo Letta per una storia di un abuso edilizio. “Presidente da lei mi farei toccare”fu la maldestra frase mutuata dal linguaggio della scherma rivolta, davanti a un imbarazzato Bruno Vespa, da Valentina Vezzali a Berlusconi. Stoccata vincente: la campionessa finisce in Parlamento con Forza Italia, ma poi se ne perdono le tracce tra gli ultimi dei peones. Dove sono transitati pure Manuela di Centa (Pdl) non rieletta e tornata alla federazione degli sport invernali, Massimo Mauro eletto per una sola volta nel 96 (Ulivo) poi consigliere comunale a Torino di cui si ricorda l’espulsione dall’aula con l’intervento dei vigili urbani per accompagnarlo, recalcitrante, fuori. Il campione di ciclismo Gianni Bugno ci prova alle regionali lombarde del 2010 nel listino collegato a Filippo Penati, ma non arriva al traguardo.

Adesso Renzi ci prova con Berruto, indicandolo nientemeno come modello. “Volete la garanzia di andare in Parlamento? Mettetevi in gioco” ha detto Renzi, seminando vento di paura e raccogliendo tempesta di rabbia tra chi a giocare era ed è pronto, ma con schemi e regole della politica. In fondo la storia attesta che l’unico che passando dallo sport alla politica ha vinto e ha lasciato (nel bene o nel male, secondo i gusti) il segno si chiama Silvio Berlusconi. Ma stava in tribuna. Tant’è che era sceso in campo, mica il contrario.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    19:07 Lunedì 03 Luglio 2017 dedocapellano meglio il mago Telma.......

    Non esiste nessuna similitudine sostanziale tra una squadra sportiva di professionisti ed una squadra di politici. Gli sportivi professionisti si allenano tutti i giorni curando nei minimi particolari la loro tecnica, misurano in modo oggettivo le prestazioni che riescono a produrre ecc ecc e poi se non raggiungono il risultato escono di scena a testa bassa.I politici di professione, a parte rare eccezioni, tirano a campare con il minimo sforzo, studiano poco e parlano molto, sono costantemente nei talk show ecc ecc e se perdono le elezioni dicono di aver vinto e sono pronti per un'altra gara anche con le stampelle!. Quindi un professionista allenatore sportivo non serve a nulla...... meglio il mago Telma!!

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