Renzi gela i cacicchi del Pd:
“Tutti a caccia di preferenze”
Stefano Rizzi 08:00 Mercoledì 30 Agosto 2017
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Gran parte dei parlamentari uscenti, esponenti di governo e big dovranno correre al Senato. L'ex premier darà il buon esempio, già seguito da Fassino che punta alla presidenza della futura assemblea di Palazzo Madama. Altolà ai consiglieri regionali
Sarà pur solo a voler decidere, Matteo Renzi, come lo ha descritto con avvertimento allegato Dario Franceschini consigliandogli Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, sarà pure quel “cavaliere della valle solitaria che rischia di finire come il generale Custer” raffigurato da Cesare Damiano, ma resta il fatto che quelle decisioni – una su tutte le candidature e, ancor di più, i posti da capolista – allarmano e inquietano deputati e senatori uscenti e la non meno folta pattuglia di coloro che al Parlamento ambiscono ad entrare.
Una solitudine dei numeri primi, quella del segretario ultimamente descritto come blindato e silenzioso nel Nazareno, dal quale poco trapela. Ma quel poco non è certo rassicurante per chi immaginava di seguire le regole non scritte che hanno condotto, sempre o quasi, le designazioni e le posizioni nelle liste. Certo la legge elettorale è cambiata – obtorto collo per mano della Consulta – e difficilmente muterà, contrariamente a quanto promesso e più volte annunciato. E stando a quella in vigore i capilista alla Camera restano e resta, anzi si apre, nel Pd un problema che mal nasconde inevitabili notti (e giorni) dei lunghi coltelli.
La decisione, che ambienti del Nazareno danno come pressoché presa, di azzerare le consuetudini ribaltandole e così facendo attribuire gran parte dei posti sicuri a uomini e donne oggi fuori dal Parlamento e pure dalla politica attiva, sta avendo effetti assai più pesanti della canicola di un’estate che molti speravano non dovesse portare pure questo temporale renziano che nel Pd assomiglia a una tempesta perfetta. Perché così, molto probabilmente sarà.
Prendiamo il Piemonte: la nuova legge e le non esaltanti percentuali che vengono accreditate al Pd prefigurano una falcidia rispetto agli attuali onorevoli e senatori eletti nel territorio regionale. Gli uscenti sono 22 deputati (più il moderato Mimmo Portas) e 10 senatori (dopo l’abbandono di Nerina Dirindin e Federico Fornaro). Lo scenario più realistico vede l’elezione dei capilista e di un paio, massimo tre altri candidati alla Camera e 3-4 al Senato. Ecco perché allarma l’idea che ha in mente Renzi di blindare personaggi come l’ex coach della nazionale di volley, oggi ad della Scuola Holden, Mauro Berruto capolista in uni dei collegi torinesi o l’enologo Valter Massa, amico di Oscar Farinetti e fratello della sindaca (di Forza Italia) del piccolo comune di Monleale nel Tortonese di cui si vocifera con sempre maggior insistenza come numero uno nel collegio Alessandria-Asti.
È pur vero che qualche campanello di allarme questi e altri nomi “alieni” dovrebbero farlo suonare anche al Nazareno. A non prendere per il verso giusto questo genere di candidature (che vanta precedenti pressoché mai illustri anche nel lontano passato della politica italiana) non sarebbero solo i parlamentari uscenti e i candidati in arrivo dalle fila del partito, ma una buona parte degli stessi iscritti ed elettori. Il disegno di Renzi è, però, chiaro: comporre una nutrita pattuglia parlamentare svincolata da correnti, capibastone e di fatto digiuna di politica su cui poter contare ciecamente, magari pure in vista di un PdR. Gli altri, incominciando dai nomi di peso oggi alla Camera (e al Senato, viste le probabili migrazioni) nel piano secondo Matteo dovranno correre a far incetta di preferenze. Come, per dare il buon esempio, farà lo stesso ex premier.
Il ragionamento, in verità un po’ tirato per la giacchetta visto il mantenimento delle capolistature, è questo: chi ha lavorato bene in questi cinque anni raccolga i frutti dagli elettori. Il problema è che i posti, almeno per quanto concerne il Senato sono pochi: con un Pd valutato attorno al 25%, al massimo possono sperare in quattro. Una prospettiva che piace non a molti, ma tra i pochi a Piero Fassino che sta già organizzando la sua corsa al Senato, con il traguardo successivo – secondo alcuni – della presidenza di Palazzo Madama. Ma se Fassino troverà quasi certamente il suo riscatto per la sconfitta dello scorso anno alle comunali, metterà in difficoltà un altro nome di peso per il Senato: Mauro Laus. Il presidente del Consiglio regionale si troverebbe di fronte il suo riferimento politico storico con cui divedere gran parte dello stesso bacino di voti. Il condizionale è d’obbligo visto che tra i propositi di Renzi c’è pure quello di concedere le deroghe con contagocce e quindi tagliare le gambe ai consiglieri regionali ancor prima che si mettano ai blocchi di partenza per Roma.
Il divieto a candidarsi lasciando anzitempo le cariche in altre assemblee elettive, superabile solo con le dimissioni in debito anticipo da Palazzo Lascaris, riguarderà probabilmente anche il segretario regionale Davide Gariglio che, proprio per questo, starebbe mettendo in conto l’ipotesi di una rinuncia pigiando a quel punto sull’acceleratore per l’investitura alla successione di Sergio Chiamparino. In questa prospettiva forse riuscirebbe meglio a parare l’offensiva di Stefano Esposito intenzionato a sottrargli la guida di via Masserano. Lo stesso Esposito, dato probabile migrante verso le liste per Montecitorio, secondo le malelingue, potrebbe rinunciare alla sfida in cambio della garanzia di rielezione.
Un altro posto torinese “sicuro”, nell’ottica di ripartire a livello regionale i candidati che saranno eletti con certezza tra uomini e donne in eguale numero (4 e 4), andrebbe alla renzianissima (giro Maria Elena Boschi) Silvia Fregolent che pare avere più chance rispetto ad altre colleghe, anche se fonti del Nazareno, giro Franceschini, registrano in rialzo le quotazioni dell’ex segretaria provinciale Paola Bragantini e in calo quelle di Francesca Bonomo. Blindatissima, con il sigillo di Matteo Orfini (ma molto apprezzata da Renzi che l’avrebbe voluta in
segreteria nazionale), la cuneese Chiara Gribaudo, data per certa come capolista, lasciando a raccogliere preferenze il collega Mino Taricco e pure il viceministro Andrea Olivero. Nel rispetto della suddivisione di genere potrebbero giocarsi la capolistatura nel resto del Piemonte Cristina Bargero (se la componente orlandiana non verrà esclusa d’imperio da Renzi) ad Alessandria e Asti e Franca Biondelli nel Novarese. Tenterà la candidatura blindata anche l’ossolano Enrico Borghi, mentre tornando nel Sud del Piemonte sarà da vedere se il senatore Daniele Borioli riproverà a tornare a Palazzo Madama o cercherà una meno complicata (si fa per dire) corsa per Montecitorio.
Le variabili, così come le incertezze, non si contano guardando al Nazareno e alla decisioni che non tarderanno ad arrivare dalla valle solitaria in cui si muove il cavaliere , per il quale l’immaginifico Damiano ha prefigurato, in assenza di svolte aperturiste, una possibile fine da Generale Custer. Se sarà una Little Big Horn resta tutto da vedere. Nel frattempo di piccoli indiani ce ne sono già ben più di dieci.



