Il copyright è un furto

Diritti d’autore e brevetti costituiscono un male perché non generano maggiore innovazione ma solo ostacoli alla diffusione di nuove idee. La crescita economica dipenderà, sempre più, dalla nostra capacità di ridurre – e finalmente eliminare – il monopolio intellettuale, liberando la creatività diffusa

«Abolire la proprietà intellettuale». Questa la tesi che dà anche il titolo al libro scritto a quattro mani da Michele Boldrin e David K. Levine, due professori di Economia della Washington University di St. Louis che sostengono che «copyright e brevetti costituiscono un male inutile, perché non generano maggiore innovazione, ma solo ostacoli alla diffusione di nuove idee».

Le idee nuove, in fin dei conti, nascono proprio grazie alla “copia” e dall’utilizzo di idee antiche, e alla loro ricombinazione. In fondo, è ciò che stiamo assistendo nell’attuale mondo dell’informazione e dell’editoria digitale, dove, vista la facile riproducibilità delle informazioni, le nuove tecnologie hanno costretto le figure professionali tradizionali e i “vecchi” media a ripensarsi e a riqualificarsi.

 

Quando un innovatore ha l'idea di un nuovo prodotto, ne produce delle copie da mettere in vendita: quelle copie dell'idea sono di sua proprietà esattamente come i suoi calzini e decide lui quante venderne e a che prezzo. La vendita riguarda sempre e solamente le copie: le copie di un’idea si possono vendere, non l'idea stessa. In assenza di monopolio intellettuale, una volta che io abbia venduto volontariamente una copia della mia idea ad altri – per esempio una copia di questo libro – costoro diventano i proprietari di quella copia mentre io serbo la mia idea insieme a tutte le altre copie che ho stampato ma non ancora venduto. Effettuata questa vendita, gli acquirenti possono fare ciò che pare loro più appropriato con le copie della mia idea, nello stesso modo in cui possono fare ciò che pare loro con il tritaghiaccio che avevano comprato ieri da qualcun altro. Senza proprietà intellettuale, in particolare, gli acquirenti di questo libro potrebbero dedicare del tempo e delle risorse per farne delle nuove copie al fine di rivenderle: se ne cambiassero il titolo oppure il nome degli autori o se si lanciassero in qualche inganno fraudolento, si tratterebbe di plagio, non di violazione della proprietà intellettuale; ma se cambiassero la copertina, la qualità della carta, la fonte dei caratteri, la catena distributiva, o perfino se modificassero il testo, inserendo un chiaro riferimento agli autori originali – non verrebbe violato alcun diritto di proprietà.

 

Quello del copyright, d’altronde, è un tema di stretta attualità, si pensi solo alla chiusura negli Stati Uniti del sito Megaupload o alle contemporanee discussioni, all’interno della Comunità  Europea , sui possibili interventi a favore proprio della tutela della proprietà intellettuale nell’attuale mondo digitale. Come comportarsi quindi? Che strada scegliere?

«Abolire» certo non vuol dire cancellare ogni regolamentazione dalla sera alla mattina, poiché il caos che si genererebbe, probabilmente, sarebbe ancora più dannoso: si tratta al contrario di ridurre progressivamente le restrizioni, in maniera tale che le detentrici dei brevetti possano sì adeguarsi con tutte le precauzioni del caso, ma producendo allo stesso tempo un grosso vantaggio per la grande maggioranza degli utenti.

 

 

M. Boldrin, D. K. Levine

Abolire la proprietà intellettuale

Laterza, Bari-Roma 2012

pp. 242, € 18,00

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