“Referendum pure in Piemonte”
Parte la “catalagna” nostrana
17:24 Lunedì 23 Ottobre 2017
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Le consultazioni di Veneto e Lombardia galvanizzano gli "autonomisti" casalinghi. Da quelli estremisti che vagheggiano la secessione del Vco ai federalisti fiscali. Il tema è caldo, ma Chiamparino (per ora) tace
Perché loro sì e noi no? Dopo la l’esito del referendum in Lombardia, ma soprattutto in Veneto, imperversa la politica alla “catalagna”. Lo fa tra accuse di immobilismo centralista indirizzate al centrosinistra e annunci di un rapido imbocco della strada referendaria da parte di quelle forze politiche che sull’onda autonomista sanno di poter cavalcare una tigre grintosa da qui alle regionali
del 2019. Ruggisce, stonando non poco, l’ex berlusconiano oggi fittiano Roberto Rosso che in una nota definisce Sergio Chiamparino una mummia rispetto alle iniziative di Luca Zaia e Roberto Maroni, ma pure del presidente dell’Emilia-Romagna , il dem Stefano Bonaccini, ed esorta l’inquilino di piazza Castello, “Tutankhamon Chiamparino” a “muoversi dal suo sarcofago e a battere un colpo in favore dell’autonomia speciale del Piemonte”.
È, ovviamente, la Lega ad alzare maggiormente il tiro e la fa con i suoi esponenti di punta. “Lo straordinario risultato dei referendum in Lombardia e Veneto e l’attenzione mediatica che hanno riscosso dimostrano che lo strumento referendario è indispensabile per dare peso politico alla richiesta di autonomia, esattamente come la Lega sostiene da anni” sostiene il segretario del Carroccio piemontese Riccardo Molinari. È sempre lui a ricordare che “in Piemonte abbiamo già una legge pronta, depositata dal nostro gruppo in Consiglio regionale il cui statuto prevede la consultazione popolare. Per questo – aggiunge Molinari – abbiamo costituito un comitato apolitico che sta lavorando per informare i cittadini sui benefici dell’autonomia, basta solo la volontà del presidente Chiamparino per partire”. Da qui la richiesta al governatore: “Il presidente faccia approvare la nostra proposta di legge in modo da dare voce nel più breve tempo possibile ai cittadini piemontesi, oppure di proporne una propria, che se andrà nella direzione di una consultazione popolare in tempi certi avrà il nostro appoggio”.
Sempre dal fronte leghista, la consigliera regionale Gianna Gancia avverte: “I cinque milioni e mezzo di voti della Lombardia e del Veneto obbligano il Consiglio regionale del Piemonte ad approvare immediatamente la proposta di legge, che da tempo ho depositato, per permettere lo svolgimento di un analogo referendum anche nella nostra regione. Ora o mai più – avverte la Gancia – se il Piemonte non resta agganciato al treno delle due locomotive d’Italia sarà destinato all'emarginazione e ad essere per sempre vittima del centralismo”. Del coro lumbard fa, ovviamente, parte anche il segretario torinese Fabrizio Ricca: “Siamo pronti a lavorare perché si arrivi anche in Piemonte ad una legge che permetta di promuovere il referendum – dice – così da poter finalmente trattenere nella regione i 10 miliardi che tutti gli anni vengono inviati allo Stato”.
A Chiamparino si appella anche il coordinatore regionale di Forza Italia, Gilberto Pichetto, ma lo fa aggiustando il tiro rispetto all’alleato leghista: “"Il presidente della Regione apra un confronto con il Governo per ottenere maggiore autonomia e più fondi per il Piemonte”, chiede il numero uno dei berluscones indicando di fatto la linea Bonaccini come quella migliore da perseguire. “Mi parrebbe superfluo organizzare un referendum anche qui da noi – premette Pichetto, differenziandosi in maniera netta rispetto alla Lega – a meno che Chiamparino non ci obblighi: è facile infatti immaginare che i piemontesi la pensino esattamente come gli oltre cinque milioni di cittadini che hanno votato a favore del quesito referendario e hanno lanciato un messaggio al Governo: vogliono che la politica locale conti di più e abbia maggiori risorse per farlo”.
Nel dibattito sull’autonomia, ma anche sulla necessità o meno dello strumento referendario interviene anche il presidente del Consiglio regionale: “L’esito positivo della consultazione in Lombardia e Veneto non è una notizia – osserva Mauro Laus –. È ovvio che le regioni più produttive abbiano tutto l’interesse a trattenere per sé più risorse”. Secondo l’esponente del Pd, “non bisogna però cadere nella strumentalizzazione politica di questi risultati per mettere sotto il cappello dell’autonomia tematiche che afferiscono a posizioni estreme di alcuni partiti”. Per il numero uno di Palazzo Lascaris “il tema è un altro, ovvero se oggi abbia ancora senso avere venti Regioni, tenuto conto che gli attuali confini risalgono a un’epoca in cui il sistema infrastrutturale era notevolmente diverso e a dettare la suddivisione dei territori erano essenzialmente le politiche agricole”.
L'ipotesi di una nuova geografia della suddivisione territoriale che porti alla costituzione di macroregioni, per il presidente dell’assemblea di via Alfieri “è l'unica auspicabile e vera riforma. L'idea è quella di mettere insieme alcune attività e prerogative, in modo da ridurre i costi, alzare la qualità dei servizi e rendere queste macroregioni più competitive a livello europeo. Le istituzioni regionali – aggiunge Laus – dovrebbero avere la lungimiranza di lasciar andare qualche pezzo di ciò che per alcuni continua a essere un potere, a vantaggio del bene comune”.
Ma se nell’approccio al tema riportato tra le priorità dell’agenda politica dai referendum nel lombardo-veneto, molte e differenti (anche nello stesso centrodestra) le posizioni e gli orientamenti, c’è proprio in Piemonte chi corre molto più in avanti rispetto alla stessa istanza autonomista, ipotizzando e di fatto chiedendo addirittura una secessione dalla regione. Capita nel Verbano, dove c’è chi come il vicepresidente della Provincia Luca Bona, in testa al gruppo Alpi, chiede il passaggio di Novara e del Vco dal Piemonte alla Lombardia. Proposta condivisa dal fittiano Valter Zanetta. “Sosteniamo la necessità di riunire il Lago Maggiore con i territori circostanti, fino al fiume Sesia, secondo il principio di unità storico-culturale-linguistico, economico e infrastrutturale del territorio insubre, che naturalmente ha la Lombardia come
riferimento politico e amministrativo” spiega in una nota Bona. Il quale ricorda come, insieme allora presidente della Provincia di Novara e oggi consigliere regionale di Forza Italia Diego Sozzani, lanciò la proposta già nel 2013. Bona che della cosa ne parlò anche con Maroni, oggi spiega che “la questione dell’unione di Novara e Vco alla Lombardia è troppo concreta e importante per essere portata su un piano prettamente di parrocchia politica” e quindi richiama alla “volontà degli amministratori e la consapevolezza dei cittadini di poter scegliere secondo la propria storia e secondo la convenienza della propria comunità locale, oltre a quella personale”. Dall’autonomia alla secessione (sia pure da una regione all’altra) il passo sembra (forse troppo) breve. La “catalagna” nostrana continua.



