Autonomia degli equivoci, “sicuri che convenga?”
Stefano Rizzi 08:00 Mercoledì 25 Ottobre 2017 1Celebrati con enfasi i referendum occorre tornare con i piedi per terra. Il federalismo fiscale deve fare i conti con la realtà: chi lo chiede quasi certamente dovrà pagarselo con le proprie tasche. L'analisi del costituzionalista Cavino
“A far bene i conti non è escluso che qualche Regione intenzionata a trattenere le quote erariali e avere più autonomia finirebbe per doversela pagare tutta di tasca propria. E non so se il gioco varrebbe la candela. Ma è un problema che, oggi, non si pone visto che la Corte Costituzionale ha escluso dai referendum appena svoltisi in Veneto e in Lombardia la possibilità di chiedere ai
cittadini di pronunciarsi sulla questione”. Massimo Cavino insegna Diritto Costituzionale e Diritto Regionale all’Università del Piemonte Orientale e per il sì al referendum si è speso molto. Non quello di domenica scorsa, ma l’altro: quello costituzionale che il 4 dicembre dello scorso anno portò alla vittoria del fronte del No, la cosiddetta “accozzaglia”, e alle dimissioni di Matteo Renzi da presidente del Consiglio.
Nel colloquio con lo Spiffero Cavino affronta il tema del possibile effetto domino in altre regioni dell’iniziativa dei governatori leghisti di Veneto e Lombardia, dell’irrisolta questione del rapporto tra Stato e Regioni e le sue radici nell’altrettanto controversa questione settentrionale, con una sola premessa: “Non parlo della Regione Piemonte. Essendo componente della commissione di garanzia, la stessa che potrebbe essere chiamata ad esprimersi anche su una eventuale richiesta di referendum, non mi parrebbe corretto farlo”.
Allora parliamo di Veneto e Lombardia, quali i segnali che da studioso del diritto ma anche da fervente sostenitore della riforma bocciata lo scorso anno, ha visto emergere dalla consultazione oltre il risultato, peraltro annunciato, emerso dalle urne?
«Intanto non possiamo nasconderci il momento in cui si sono svolti i referendum: siamo ormai in campagna elettorale e quindi anche questa consultazione ha un significato diverso. Sul piano politico, è fuor di dubbio, che il voto ha stabilito e mostrato con evidenza le posizioni di forza nel centrodestra con il successo, in particolare nel Veneto, che la Lega può intestarsi. E all’interno della stessa Lega, quella parte più riconducibile alla linea federalista rispetto a quella lepenista».
Solo una mossa politica, favorita dalla coincidenza con l’approssimarsi delle elezioni?
«No. C’è anche quella componente, ma non è certo la sola ragione. La richiesta di maggiore autonomia, supportata da un referendum costituzionalmente legittimo anche se non indispensabile, rappresenta un ulteriore segnale di come la questione settentrionale, venutasi a manifestare alla metà degli anni Novanta in modo molo netto e sulla quale hanno scritto intellettuali importanti del centrosinistra, penso al libro di Luca Ricolfi “Il sacco del Nord”, è tuttora irrisolta. E riemerge periodicamente, con accenti e possibili soluzioni diverse».
Professore, l’Italia è dalla sua unità un tutt’uno con la questione meridionale, ma quella del Nord…
«È un tema si incomincia a porre, come dicevo, negli anni Novanta non perché prima non ci fosse, ma per il fatto che nel corso dei primi cinquant’anni di storia repubblicana le classi dirigenti del Nord avevano interesse a condurre una politica di sostegno del Sud, sostegno che non portava sviluppo al meridione bensì un flusso di risorse perché da quella parte del Paese venivano i voti grazie ai quali si manteneva lo status quo. Quando nell’89 cade il muro di Berlino e svanisce il pericolo comunista succedono due cose: le classi dirigenti che avevano finanziato la politica del reddito nelle regioni meridionali non hanno più interesse a farlo perché quei voti non servono più. In secondo luogo inizia la stagione della globalizzazione e le imprese del Nord che devono competere sul mercato globale non possono più mantenere il passo con i competitor internazionali».
Sono gli anni in cui incomincia a emergere e a crescere la Lega. Non è un caso?
«La questione settentrionale è stato il cavallo di battaglia della Lega che ha il merito storico di averla posta ma anche il demerito di non averla risolta. Pure quando avrebbe avuto la possibilità di farlo. Di fronte ai due referendum di domenica scorsa la domanda che mi pongo è: per quale motivo la maggiore autonomia che deve comunque essere concessa con una legge dello Stato e un voto parlamentare non l’abbiano chiesta quando erano forza di governo e i due presidenti erano addirittura ministri?».
Si è dato una risposta?
«Dico che probabilmente non c’era la capacità di elaborare un percorso di riforma, non dobbiamo dimenticare che questa maggiore autonomia prevista dall’articolo 116 della Costituzione è contemplata dal 2001 ma la maggioranza di centrodestra che si insedia dopo quella riforma, anziché attuarla lavora alla riforma della riforma, che sarà poi stoppata da un altro referendum, quello del giugno 2006. La verità è che si è perso molto tempo per stabilire come riformare il rapporto fra centro e periferia».
Questione pure questa irrisolta, così come i problemi che si trascina a partire dalle differenze nella qualità dei servizi da una regione all’altra, su questo sembra esserci un’ampia convergenza.
«Perché è sotto gli occhi di tutti l’immagine di un Paese profondamente disomogeneo: abbiamo regioni tra le più ricche d’Europa come la Lombardia e altre, come la Calabria che sono economicamente sottosviluppate. Bisogna trovare delle soluzioni istituzionali. È inimmaginabile che a fronte di una spesa considerevole per la sanità in molte regioni del Sud gli abitanti debbano salire al Nord per curarsi. Risolvere i temi istituzionali significa garantire i diritti dei cittadini».
Ma la via per farlo passa attraverso quelle Regioni la cui classe politica è stata accusata di essere la peggiore, enti spesso elefantiaci e dai costi spropositati anche rispetto alle competenze, per non dire, ai risultati?
«Vero, la classe politica regionale è stata oggetto di una campagna molto dura, non senza ragioni. Detto questo le Regioni hanno avuto un riconoscimento di autonomia importante a partire dal 1999 ma va anche detto che la giurisprudenza della Corte Costituzionale nel corso degli ultimi quindici anni ha riaccentrato molto le competenze nelle mani dello Stato».
E la proposta di modifica costituzionale poi bocciata lo scorso dicembre nel referendum, in cui lei è stato impegnato nel comitato a favore del sì, avrebbe ulteriormente centralizzato competenze e materie. Non le pare che i cittadini siano davanti a un pendolo che oscilla tra Regioni e Stato affidando ora alle prime ora al secondo la soluzione di problemi che restano irrisolti?
«La riforma costituzionale che è stata respinta lo scorso dicembre rappresentava una sorta di bilancio, si scriveva in Costituzione quello che la giurisprudenza costituzionale aveva già in gran parte stabilito. E leggere il referendum lombardo e veneto guardando a quello del 4 dicembre fa emergere aspetti interessanti: a Milano il voto di domenica scorsa è stato poco partecipato e ha visto prevalere il no, e a dicembre i milanesi si erano espressi per il si. Questo credo indichi una certa coerenza. La più grande, forse l’unica vera città metropolitana dice no alla maggiore autonomia e aveva detto sì a una consultazione che avrebbe sancito una maggiore centralità».
Professor Cavino, parliamo di soldi: la corsa in avanti di Zaia, sia pure poi un po’ frenata, sulle risorse da trattenere sul territorio è un argomento di forte presa. Pensa che abbia pesato anche sul voto?
«Intanto non nascondo di avere l’impressione che sia per quello del 4 dicembre sia per quelli di domenica scorsa l’elettorato non sia stato del tutto consapevole circa quello che veniva chiesto. Detto ciò mi pare evidente che questa confusione venga cavalcata in particolare dal governatore veneto. La Corte Costituzionale aveva escluso che si potesse chiedere agli elettori di esprimersi rispetto al trattenere sul territorio regionale le quote erariali perché questo significherebbe andare a toccare l’equilibrio delle finanze nazionali. Poi ha escluso pure di esprimersi sulla possibilità di diventare Regione ad autonomia speciale. Ora crea qualche imbarazzo che il giorno dopo il voto Zaia faccia deliberare un’iniziativa di modifica dell’articolo 116 per trasformare il Veneto in Regione a Statuto Speciale. Questo è in qualche misura un atteggiamento di non leale collaborazione».
Meglio la via emiliana intrapresa da Stefano Bonaccini?
«L’iniziativa del presidente dell’Emilia-Romagna mi pare sia stata messa in campo per una sorta reazione a quelle di Veneto e Lombardia. È del tutto evidente che in questo momento immaginare le trattative con questo Governo che è a termine, mi pare a dir poco assurdo. Credo che il referendum sia uno strumento importante, non inutile, anche se non necessario».
Prevede un effetto domino? Dalla Liguria Giovanni Toti ha già fatto sapere di volerlo indire e in Piemonte una parte del centrodestra lo dà per certo se andrà a governare la Regione, ma nel frattempo ha già costituito comitati.
«L’effetto di replica è molto probabile, anche perché il voto potrebbe dare un aiuto nella trattativa col Governo. Credo anche che in qualunque regione venisse chiesto ai cittadini se vogliono più autonomia l’esito sarebbe scontato, soprattutto se non gli si spiega bene cosa vuol dire più autonomia».
Paventa il rischio di giocare sull’equivoco e su facili entusiasmi?
«Molto, se non tutto dipende dall’uso che si vuole fare dello strumento referendario. Le materie su cui si può intervenire non sono moltissime. E molto dipende dalla maggioranza parlamentare che dovrà poi approvare la concessione di più autonomia alla Regione che la chiede. L’aspetto del trattenere le quote erariale, che la Corte ha chiaramente escluso dalle consultazioni, introduce tuttavia un tema interessante: potrebbe succedere che la Regione che chiede maggiore autonomia poi se la debba finanziare per conto suo. E non so a quel punto quanto il gioco valga la candela. Quanti si sono presi la briga di leggere i rapporti della Banca d’Italia che riportano quanto è il reddito e quanto sono le quote di erario prodotte sul territorio? Qualcuno potrebbe scoprire che già ora si è vicino, nei trasferimenti, a quei valori che si vorrebbero ottenere con l’autonomia. Leggendo quei dati potrebbero saltar fuori delle sorprese».
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