PUGNO CHIUSO

Potere al popolo, unica stella

I Cinquestelle? "Solo un ricambio di classe dirigente per gestire politiche liberiste". I "compagni" di LeU vogliono ricostruire il centrosinistra, "noi siamo per l'alternativa". La lista della sinistra radicale raccontata da Paolo Ferrero

LEADER Paolo Ferrero (foto da Gazzettadellaspezia.it)

Anche i ricchi piangano. L’auspicio scritto da Rifondazione Comunista sull’immagine di un lussuoso yacht in occasione della Finanziaria 2006 e bollato dal velista Massimo D’Alema come il manifesto più cretino che avesse visto non (ri)compare, per ora, nella campagna elettorale di Potere al Popolo ma la foresta di Sherwood continua ad avere i suoi ricchi e la sinistra i suoi Robin Hood. “Il problema dell’Italia non è che mancano  soldi è che sono nelle tasche dei ricchi. Solo il dieci per cento di loro ha più patrimonio di tutti i tedeschi messi insieme. Ma questa cosa di far pagare i ricchi, per redistribuire soldi e lavoro, siamo solo noi a dirla”.

Paolo Ferrero, all’epoca di quel manifesto, era ministro della Solidarietà sociale nel Governo Prodi, è stato segretario di Rifondazione Comunista più a lungo di quanto abbia fatto l’operaio alla Fiat – “mi hanno messo in cassa integrazione a zero ore dopo tre anni”, scrive nelle sue note biografiche – e oggi è tra i fondatori di Potere al Popolo, nelle cui liste come altri nomi “storici” della sinistra rifondarola non si sarà. Ma sarà, domani, insieme ai candidati Simone Ciabattoni, Gianluca Vitale, Rosella Satalino e Ngandu Mukendi detto “Gippo”, alla porta 20 di Mirafiori. A distribuire volantini, a parlare con gli operai, a dire che La Fiat “è l’emblema delle politiche di sfruttamento e spoliazione della forza lavoro che il padronato ha condotto in Italia in tutti questi anni” e che “contro lo strapotere e la strafottenza del padronato Potere al Popolo è impegnata in una campagna di mobilitazione per il riconoscimento dei diritti e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori e dei tanti che, purtroppo, il lavoro e il reddito non ce l’hanno”.

I temi sono forti, ma i tempi sono cambiati, le tute blu pure, la sinistra ha ceduto nelle fabbriche, oltre che nelle periferie, Ferrero lei che accoglienza si aspetta?
“I lavoratori, che si sentono molto abbandonati e molto bistratati ovviamente in campagna elettorale vedranno tanti che si faranno vivi adesso e poi non si faranno più vedere”.

Perché per voi dovrebbe essere diverso?
“Perché io vedo che le nostre proposte sono percepite molto positivamente, sono quello che chiedono loro: l’abolizione della legge Fornero e una tassa patrimoniale sulle grandi ricchezze in modo da avere i soldi per far lavorare i giovani, far funzionare sanità, istruzione, la gente vive in fabbrica ma anche fuori. Ridistribuire soldi e lavoro: sono le nostre due proposte fondamentali”.

Quindi niente flat tax
“Con questa proposta la Lega fa la cosa più favorevole possibile ai ricchi. Vuole abbassare le tasse e dividere i lavoratori sulla questione dei migranti, dicendo che il problema in Italia non sono i ricchi, ma quelli senza soldi”.

Ma allora a lei non piace neppure la proposta di Pietro Grasso di abolire per tutti le tasse universitarie?
“Su questo punto sono d’accordo, ovviamente con tutti i presupposti del caso che non vedo. Noi abbiamo sempre detto che sanità, istruzione e assistenza dovrebbero essere gratuiti per tutti, ma in uno Stato molto progressivo nel far pagare le tasse. Per questo diciamo anche che sopra i 200mila euro l’aliquota deve essere al 75, che poi è quanto era in Italia quando governava la Dc”.

Vi andrà pure bene la proposta sulle tasse universitarie, ma per il resto il muro che vi separa da Liberi e Uguali è alto e pare insormontabile. Cosa vi divide così tanto?
“Due questioni grandi come una casa. La prima è che loro hanno detto chiaramente che sono separati dal Pd perché c’è Matteo Renzi, ma vogliono ricostruire il centrosinistra. Io invece penso che il centrosinistra di Pier Luigi Bersani non era meglio di quello di Renzi e quello di D’Alema che ha bombardato la Jugoslavia e privatizzato tutto quel che poteva non era meglio di quello di oggi, era solo diverso. E poi la legge Fornero l’hanno votata Bersani e soci, mica Renzi. Se siamo in questo casino è perché il centrosinistra quando è andato al governo non ha fatto quel che diceva di fare”.

Questa la prima questione. La seconda?
“Non rifare un centrosinistra, ma fare una sinistra antiliberista. Il problema per me non è buttar fuori Renzi per far tornare Bersani, ma avere una sinistra come quella di Mélenchon. LeU non dice di abolire la Fornero, perché hanno paura di dire che per farlo, per  trovare i soldi, si deve far pagare di più ai ricchi”.

Insomma, nessuno spazio di avvicinamento?
“Con LeU la differenza è pesantissima: loro dicono che bisogna rifare il centrosinistra, in più non mettono in discussione le politiche europee”.

E con i Cinquestelle come la mettiamo? Pensate di pescare voti che sono finiti a loro e magari adesso quegli elettori si sentono delusi, magari anche traditi?
“Il M5s quando è nato era una cosa, molto più radicale, adesso il movimento di Luigi Di Maio che poi è quello di Chiara Appendino, è diverso e si riassume in un punto del loro programma: in dieci anni abbattere di 40 punti il debito pubblico. Ma questa cosa è la traduzione completa del fiscal compact che chiede di abbatterlo di 50 miliardi l’anno, una stangata. I grillini sono passati dal dire che bisogna uscire dall’euro al dire che bisogna applicare il fiscal compact. Questo dice che alla fine sono diventati un ricambio di classe dirigente un po’ più giovane e forse abbastanza onesta, ma sempre per gestire le politiche liberali”.

Ha citato la Appendino, che ne pensa della sua amministrazione?
“Che se dovessi dire dove a Torino vedo un discontinuità positiva dell’Appendino rispetto a Fassino non saprei dirlo”.

Senta, Ferrero, cosa uscirà dal voto del 4 marzo?
“Le faccio un esempio: la Dc aveva tante correnti. C’era Salvo Lima ma c’era anche Donat-Cattin, c’era Gava ma anche Rosy Bindi, oggi è come se ci fosse una sorte di grande Dc formata da tutti i partiti che gestisce le politiche europee. Compresi i Cinquestelle. E chi li vota sa che voterà comunque per un governo che non servirà a nulla”.

Molte industrie delocalizzano, altre chiudono, a lei uomo di sinistra l’interrogativo leninista, che fare?
“Il potere politico deve avere strumenti per intervenire. Credo sia delirante che l’Italia sia un importatore netto di automobili: ne compriamo un milione e mezzo e ne produciamo mezzo milione. Il problema dell’Italia è il crollo del mercato interno. E poi quante sono le aziende che hanno venduto ai tedeschi? Di fronte a queste cose ci vuole un intervento pubblico, rilevare aziende che vengono chiuse anche se sono ancora sul mercato per evitare concorrenze. Ci vorrebbe una sorta di Iri. E poi la vera sfida è che occorre una riconversione ambientale della produzioni”.

Torniamo alle elezioni, il vostro obiettivo?
“Sicuramente entrare in Parlamento, m anche solidificare questa iniziativa elettorale in un soggetto politico, in punto riferimento per i lavoratori com’era la sinistra quando le cose funzionavano”.

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