TRAVAGLI DEMOCRATICI

Chiamparino “riserva” democratica

Nel Pd si preparano al peggio. Se in caso di un tracollo elettorale Renzi fosse costretto a sloggiare dal Nazareno la guida del partito andrebbe a un "traghettatore". E molti maggiorenti e capataz guardano al governatore piemontese

Il capitombolo del 4 marzo è un’eventualità, il dopo-Renzi una difficilmente evitabile conseguenza. Nei giorni scorsi i numeri di alcuni sondaggi hanno fatto aggirare per il Pd lo spettro della batosta. Ieri il segretario ci ha scherzato su, come fa chi si burla del gatto nero che gli attraversa la strada ma intanto incrocia le dita:  “A volte i sondaggi ti fregano. Sono molto importanti, ma negli ultimi 15 giorni la gente normale si affaccia”. Intanto ad affacciarsi, nel caso il risultato si aggirasse attorno a quel temutissimo 20% (altro che “soglia Bersani”, quel 25% della “non vittoria”) o comunque indicasse inequivocabilmente una bocciatura da parte degli elettori, resta sempre l’ipotesi di una ripartenza, con un cambio alla guida: l’inevitabile sfratto di Matteo Renzi dal Nazareno.

È circolato il nome di Walter Veltroni, il quale peraltro ha fatto in fretta a far sapere di non essere, nel caso, disponibile. Non pochi, tra l’altro, notavano come un eventuale ricorso a Uolter quale riserva della Repubblica democrat avrebbe  il chiaro significato, nel bene e nel male, sì di una ripartenza, ma proprio dalla prima casella, quella del 2007. Diverso se ad assumere il ruolo di traghettatore del partito dalle secche elettorali e di “garante” di una pax interna, indispensabile a scongiurare lotte fratricide e autodistruttive, fosse una figura di alto profilo, con un pedigree inconfutabile di politico e amministratore, ma non impelagato nelle diatribe correntizie. Insomma, “tipo” Sergio Chiamparino. Perché dopo dosi industriali di smargiassate, l’aplomb sabaudo improntato all’esageroma nen avrebbe l’effetto di un toccasana.

Il presidente della Regione Piemonte che si incammina verso il suo ultimo anno di legislatura e che già ha escluso con nettezza di ricandidarsi, ma non per questo di abbandonare la politica, il “diversamente renziano” che della sua autonomia ha fatto la cifra del lungo cursus honorum fin dai tempi del Pci, è tra i nomi di chi tra scaramanzia e concretezza mette in conto che possa succedere ciò che tutti nel Pd si augurano non accada. Ma se davvero ci dovesse essere un dopo-Renzi, molte e diverse sono le carte in regola che Chiamparino possiede. E che, in questi giorni in cui i suoi rapporti con figure di spicco del partito si sono intensificati, sia pure senza doverli né costruire né rafforzare: perché il Chiampa è e resta una figura verso la quale, in più di un momento cruciale, si è guardato.

Accadde, per esempio, nel 2009 quando venne prospettata la partecipazione alle primarie: gli venne espressamente chiesto di “scendere in campo” anche se lui poi declinò. In quell’occasione Franceschini, che poi venne sconfitto da Bersani, si disse disponibile a farsi da parte se l’allora sindaco di Torino, il più amato d’Italia, avesse corso per la segreteria. Succederà anni dopo, quando nel 2013 nell’Aula della Camera risuonò ben 87 volte il suo nome al primo scrutinio per l’elezione del Presidente della Repubblica. Lui, come spesso ama fare, gigioneggiò un po’: “Durante lo spoglio per l’elezione di Giovanni Leone ogni tanto spuntava il nome di Sofia Loren. Ecco – disse quel giorno – oggi mi sono sentito come la Loren. Mi fa piacere di essere stato votato, forse ispiro simpatia come persona”. E questo è indubbio, ma è anche una delle caratteristiche che completano una figura politica per molti aspetti anomala e, quindi, ancor più acconcia a essere tenuta in più che debita considerazione sempre nel caso il 4 marzo fosse una data da segnare in nero sul calendario democrat. Da cui ripartire con una figura di indiscussa autorevolezza, gradita anche per via di quella sua capacità riconosciuta di mediazione (senza rinunciare a princìpi e regole) e talvolta di pacificazione, maturata in anni di attività politica e amministrativa, ma anche innata.

Ingraiano alle origini, piuppino imbevuto di letture operaiste di Panzieri e Tronti, ben presto migliorista, Chiamparino dai tempi del Pci – e della Cgil di cui fu dirigente – proseguendo con gli epigoni (a capo del Pds fu il regista dell'operazione Castellani) fino ad arrivare al Pd non ha mai ceduto alla tentazione di fare il capo corrente. Ne avrebbe avuto titoli e non gli sarebbero mancati seguaci. Ma lui, autore del saggio Anonimo Pd – lucida analisi e definito programma, insieme – proprio in quel libro da molti interpretato come una sorta di pensiero proto-renziano, aveva invece confermato ciò che oggi è ancora più chiaro: il Chiamparino-pensiero. Quello che a volte non è andato affatto a genio all’attuale segretario dem con cui non sono mancati periodi di gelo: un anno fa, in una lettera firmata con il sindaco di Milano Sala, gli ha chiesto maggiore “capacità inclusiva” nei confronti delle altre forze politiche e di smetterla di chiudersi in “gruppi ristretti” (tipo il Giglio Magico, per capirci) ma di “veleggiare con nuovi equipaggi” che non necessariamente devono essere “di stretta osservanza del capitano”.

Del resto, anche in passato, il Chiampa non ha nascosto il suo dissenso nei riguardi del partito, rimanendone fuori per tre anni e rinnovando poi solo nel 2014 l’iscrizione nel circolo di via Mazzini. Un ritorno a casa, proprio in quei locali della sezione Pci dove mosse i primi passi di studente militante, prima che i viaggi a bordo del 52 sbarrato lo convertissero al credo riformista.

Un riformista a tutto tondo, senza per questo cercare di nascondere spigoli vivi qualora le cose nel partito non vadano come lui crede debbano andare, senza poter essere etichettato in questa o quella componente. Questo è ben chiaro ai vertici – da Franceschini a Gentiloni, da Minniti a Delrio, financo allo stesso Veltroni – così come l’ipotesi Chiamparino nel caso il Pd esca malconcio dalle urne, non sfugge ovviamente a chi gli è più vicino. Se, come si riassume in una battuta, l’unico chiampariniano è “Bongio” (Carlo Bongiovanni, storico, fidatissimo collaboratore, amico  e ombra del presidente) molti parlamentari e aspiranti tali, anche i più renziani, guardano al 4 marzo e, non sapendo quel che capiterà dopo, osservano da vicino le mosse di Chiamparino.