TRAVAGLI DEMOCRATICI

L’ultima ora dei renziani

Con l’eclissarsi del leader cala il crepuscolo sulle truppe, in disarmo, dei suoi seguaci. In Piemonte resiste una piccola roccaforte di fedeli: da Gariglio alle deputate Fregolent e Bonomo. La doppia sfida: guida del partito e regionali del 2019

Questione di tempo. Anzi, di ore. Renzi non c’è più (a capo del Pd), ma il renzismo resiste e i renziani esistono. Per quanto ancora è il dilemma che sta nel firmamento futuro del partito. Al Nazareno, come nel resto del Paese. Pochi anni fa, ere geologiche nel calendario della politica, il primato del renziano doc era ambito come null’altro e la galassia piddina vedeva oltre ai renziani nativi (titolo impossibile da acquisirsi da chi masticava già di politica da un po’ e, soprattutto, non avesse la parlata fiorentina) i renziani della prima ora, i più vicini al sole di Rignano, migrato nella Capitale. Adesso mentre nessuno può escludere un opportunistico ammorbidimento di quel renzismo della prima ora, si affaccia l’immagine cupa e imperscrutabile nelle sue conseguenze di un’ultima ora per i renziani. Tenuta o diaspora? Spirito di appartenenza o prevalenza della ragion di sopravvivenza? La compagine parlamentare uscita dalle urne è in balia degli eventi, così come quella che un tempo si sarebbe chiamata militanza guarda con apprensione le manovre ai vertici. Dal centro alla periferia.

A una prima occhiata, nella geografia del partito, scompaginata dal voto del 4 marzo, il Piemonte sembra essere rimasta una roccaforte del renzismo. Dove, tuttavia, l’ultima legione attende disposizioni sul da farsi, con alcuni forse pronti addirittura all’estremo gesto qualora i rapporti tra l’ex segretario e lo stato maggiore dovessero improvvisamente precipitare. Uno scenario che al momento tutti smentiscono, ma nessuno si sente di escludere a priori.

Il Piemonte garantisce a Renzi un piccolo esercito di nove tra deputati e senatori, seppur con varie sfumature e diversi livelli di fedeltà. Tra le matricole, seppure di rango, c’è Davide Gariglio. Abiurato in fretta e furia il legame originario con Enrico Letta, il segretario regionale uscente ha avuto in Lorenzo Guerini, a lungo braccio destro di Renzi, il suo interlocutore privilegiato. Rapporto poi rinsaldato con buona parte del Giglio Magico. Imprinting democristiano, link  con i vertici romani e asse a Torino con i fassiniani hanno consentito al segretario regionale di galleggiare nonostante le burrasche e i naufragi di tutte le tornate elettorali che l’hanno visto impegnato, sia da un punto di vista politico (con le sconfitte nelle urne a Torino, Novara, Asti e Alessandria) sia organizzativo con i patteggiamenti sulle firme false alle regionali e pure le recenti sbavature graziate dalla Corte d’Appello.

La caduta di Renzi, la rottura con la componente dell’ex sindaco e la Caporetto subita alle politiche in tutte le province fuori Torino hanno mandato il partito in subbuglio tanto che il passaggio odierno nella Direzione regionale non è che un anticipo di quella resa dei conti interna che, verosimilmente, si protrarrà per un anno, fino alle elezioni regionali. Attorno a Gariglio oggi gravitano (ancora) il tesoriere Mimmo Mangone, il numero uno di Anci Piemonte Alberto Avetta, un paio di consiglieri regionali come Elvio Rostagno e Valentina Caputo e una serie non foltissima di altri amministratori sparsi per il Piemonte.

Tra i renziani riconfermati in Parlamento, grazie alla posizione blindata nel listino, c'è la deputata Francesca Bonomo, che gode di un rapporto stretto con Luca Lotti, presto esteso al consigliere regionale Daniele Valle, vero artefice del suo successo alle parlamentarie di cinque anni fa quando approdò per la prima volta alla Camera tra lo stupore generale. La Bonomo, poco dopo aver preso dimestichezza con Montecitorio, si è avvicinata parecchio al Giglio Magico, dove per altre strade era approdata anche Silvia Fregolent, insignita del titolo di renzianissima. Le due, pur rimanendo vicine al segretario regionale, si sono molto affrancate, ritagliandosi spazi di autonomia e visibilità. Un altro parlamentare assimilabile al mondo renziano è l’ex prodiano e poi bindiano senatore Mauro Marino. Alla vigilia delle elezioni dato per escluso anche in virtù delle non poche legislature alle spalle, ha invece stupito con una posizione in testa di lista per Palazzo Madama. Oddio, stupito solo chi non aveva tenuto in considerazione il suo ruolo di vicepresidente della commissione di inchiesta sulle banche. Non a caso la sua candidatura blindata viene associata al nome di Maria Elena Boschi.

Insomma, nella ridotta piemontese resiste un piccolo esercito (per ora) al servizio di Renzi. Sentinelle a lui leali sin dalla prima Leopolda come Davide Ricca, presidente dell’ottava circoscrizione, e una manciata di sindaci, assessori e consiglieri. Discorso a parte vale per Stefano Lepri, vicecapogruppo al Senato nella passata legislatura e rieletto nel collegio camerale di Torino 3 dove Gariglio e Renzi lo avevano relegato, preferendo altri in posizione sicura. L’astio covato nelle dure settimane di campagna elettorale, mescolato all’adrenalina liberata dal successo lo hanno portato a ingaggiare un match con Lotti, dopo la sua polemica via social con il ministro Orlando, al punto da indicare in Graziano Delrio la persona giusta per guidare la transizione del Pd dopo la sconfitta elettorale. E se a Cuneo a presidiare il fortino renziano c’è il rieletto Mino Taricco e in val d’Ossola Enrico Borghi (ex lettiano convertito), una renziana non certo della prima e neppure della seconda ora è l’altra cuneese, Chiara Gribaudo, che solo in virtù dello stretto legame con Matteo Orfini è approdata, con il presidente del partito, verso lidi renziani. Entra in Senato, invece, con la maglia dei fassiniani (seppure ormai dispersi) Mauro Laus. Il quasi ex presidente del Consiglio regionale continua ad avere con l’ex sindaco un solido legame, ma ormai più per un fatto di stima che di corrente, che appunto non c’è più.

Ci saranno ancora i renziani, se Renzi davvero farà solo più il senatore semplice e se qualcuno, mettiamo un Carlo Calenda a caso, prendesse in qualche modo il suo posto nel nuovo planetario del Pd? All’ultima ora, quelli della prima avranno rinnegato già tre volte. Con buona pace del Gallo.

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