Forza Italia

Buonsenso (e controsenso) del debito pubblico

Si sta affermando, grazie alla propaganda di alcuni economisti o dichiaratasi tali, l’idea che il debito pubblico non sia un problema, il che confligge evidentemente con il comune buon senso. Spesso chi ha un mutuo afferma che la casa non è sua, ma della banca e quando finalmente riesce a estinguerlo festeggia come una liberazione. Non si capisce perché per il debito pubblico dovrebbe funzionare diversamente. Certo lo Stato è dotato di forza armata e non si possono mandare gli ufficiali giudiziari a pignorare, ma a meno di una dittatura è comunque in un contesto di diritto e i creditori qualche azione la possono intraprendere. Il debito pubblico non è detenuto solo dal piccolo risparmiatore in maniera diretta, ma anche da banche, fondi di investimenti, assicurazioni e altri investitori istituzionali. Il signor Mario Rossi avrà difficoltà ad intraprendere un’azione legale, ma una banca o altro investitore similare non avranno certamente problemi. Nella famigerata ipotesi che il debito pubblico non venisse più ripagato si creerebbe una reazione a catena devastante: si determinerebbe in primis il fallimento delle banche che sono imbottite di titoli italiani, poi a catena assicurazioni, fondi di investimento, fondi pensioni, le casse previdenziali dei professionisti e così via. Il fallimento delle banche italiane avrebbe ripercussioni a livello europeo e probabilmente mondiale: l’Italia non è la Grecia. Inoltre il debito pubblico italiano è anche in mani straniere e in caso di default ci sarebbero delle conseguenze diplomatiche e politiche non indifferenti. Gli altri Stati sono abituati a tutelare i propri interessi e di fronte al rischio di fallimento di grandi società finanziarie non esiterebbero a fare di tutto per costringere lo stato italiano a pagare. Basterebbe bloccare gli approvvigionamenti di idrocarburi e l’Italia entrerebbe in una spaventosa crisi. Come suggerisce il buon senso comune che fa dire che fintanto c’è il mutuo la casa è della banca, così è per i debiti pubblici: quando se ne hanno troppi si è in balia dei creditori.

Alcuni dicono che sarebbe sufficiente monetizzare il debito affinché smetta di essere un problema. Ciò è quello che ha fatto Draghi e nonostante questo abbia permesso all’Italia di godere di tassi di interesse piuttosto bassi, il debito pubblico è cresciuto, dimostrando che il debito non si alimenta solo dalla spesa per interessi, ma anche dell’aumento della spesa pubblica.

Far comprare i titoli di stato dalla banca centrale che sia europea o italiana significa creare inflazione con tutte le conseguenze del caso. Negli ultimi anni nonostante la stampa a spron battuto di euro l’inflazione è stata piuttosto bassa e questo spinge a dire a molti che non è un problema. Ciò è stato in parte dovuto al rallentamento economico che si prolunga da anni ormai. In realtà delle conseguenze ci sono state. La crescita degli indici di borsa nonostante l’economia sia stagnante è proprio dovuto all’enorme liquidità creata, che non trovando impiego nell’economia materiale per il perdurare della crisi, non può che rivolgersi all’economia finanziaria. Di questo se ne avvantaggiano solo alcuni. Ammettendo che l’inflazione non sia un problema, questa enorme liquidità avvantaggia solo pochi fortunati, mentre la gran parte non ne trae nessun vantaggio. L’aumento del prezzo di azioni e obbligazioni non è una forma di inflazione? L’aumento artificiale del valore dei titoli finanziari toglie risorse all’impiego nell’economia reale.

Altro effetto che si trascura quando si tratta di debito pubblico è il trasferimento di ricchezza dai meno abbienti ai più abbienti tramite gli interessi sui titoli di stato. Le tasse vengono pagate da tutti, ricchi e poveri, ma solo i ricchi hanno risorse a sufficienza per fare investimenti in titoli di stato. Di fatto tutti paghiamo le tasse per permettere allo Stato italiano di pagare gli interessi sui titoli emessi, ma solo chi ha risorse incassa gli interessi. Una conseguenza occulta e subdola del debito pubblico che realizza una forma di redistribuzione al contrario.

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