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IDEE

"Il Piemonte pianga se stesso"

Da tempo non produce più né progetti innovativi né classi dirigenti. E cullarsi nella retorica autoconsolatoria e vittimistica non fa altro che aumentare la marginalizzazione. Così per il decano degli economisti italiani Forte non resta che tornare a scommettere sul futuro

“Il Piemonte ha perso la sua leadership non per odio di altri, ma per colpa sua”. Come sempre, Francesco Forte, attinge alla sua vivida memoria che conserva intatta a pochi giorni dal suo novantesimo compleanno e non si risparmia nello sviluppare quei ragionamenti che mai ha sussurrato, piuttosto ha fatto alzando la voce quand’era il caso e senza timore con i potenti di turno. Ma alla domanda secca se le lamentazioni, talvolta prossime al piagnisteo, su una subìta marginalizzazione del Piemonte da parte di altre regioni del Paese e, spesso, dal governo di turno, l’ex professore che ereditò la cattedra di Luigi Einaudi, risponde rapido e conciso.

Quella che ai tempi del garofano è stata una delle menti economiche più lucide e raffinate della corrente autonomista del Psi, il liberale di sinistra che non cederà mai a facili e comode derive keynesiane e non si metterà i guanti quando si tratterà di definire l’allora suo partito torinese come associazione di bande, oggi è uno dei più feroci avversari della linea No Tav dei Cinquestelle, ma non per questo rinuncia a vedere e indicare altre colpe: come quelle di una crisi della classe dirigente piemontese, ricercandone le radici in tempi lontani, ma anche assai prossimo e nello stesso presente.

Quindi, professore, se molte cose non vanno per il verso giusto è meglio guardare in casa propria anziché cercare presunti colpevoli altrove?
“Ma certo. Tanto è vero che gli italiani, soprattutto al Sud, hanno una particolare considerazione del Piemonte. Però se i piemontesi non riescono ad esprimere un granché, non è colpa degli altri”.

Lei sa bene che non è stato sempre così, anzi.
“Verissimo. Il Piemonte è storicamente la regione che ha prodotto una classe politica liberale e anche socialdemocratica, mentre per esempio quel fermento liberale non lo si vide in Lombardia dove, invece, vi fu un illuminismo che produsse una grande classe risorgimentale, non a caso i garibaldini erano in gran parte lombardi. La storia ci dice che l’Italia è stata gestita dalla tradizione piemontese, pensiamo a Giolitti, ma anche nel dopoguerra con Einaudi, Pella e altri”.

Nomi che evocano una storia lontana non solo perché sono passati molti decenni, ma anche perché la levatura di quei politici appare lontana anni luce da quella degli attuali. Ma questo non riguarda solo il Piemonte. Che però soffre più di altre regioni una marginalizzazione, dopo essere stata una fucina di figure politiche e una locomotiva dell’economia. Che cosa è successo, quale il punto di torsione negativa da cui si arriva alla situazione attuale?
“Il partito liberale è entrato in crisi, si è estinto. Ma qui c’era un Pci forte, quello delle industrie, il Partito comunista veramente operaio, diverso per esempio da quello emiliano. Nella sua trasformazione, di passo con quella del mondo del lavoro, la sinistra non ha più avuto leader rilevanti in Piemonte. Guardo al Pd oggi: la classe dirigente è fatta soprattutto di toscani emiliani e romani, discendenti di quei comunisti che io definisco spuri, per differenziarli da quelli di matrice più spiccatamente operaia com’era a Torino e in Piemonte".

E gli altri partiti?
“Non mi pare esprimano grandi figure. E poi Forza Italia è nata e si è sviluppata, al Nord, soprattutto in Lombardia. Così come la Lega che fondamentalmente nasce lombarda e veneta”.

Un quadro piuttosto desolante quello che traccia lei, professor Forte.
“Ritengo sia difficile non vedere che il Piemonte non è riuscito a perpetuare una tradizione. Prendiamo i ministri dell’economia, un tempo ne produceva in abbondanza, da anni non se ne vedono più, di piemontesi”.

Sorvoliamo sugli attuali viceministri all’Economia e torniamo alla marginalità della regione: ha delle cause anche in quele infrastrutture di cui oggi si parla in maniera sempre più divisiva?
“Senza dubbio il Piemonte è marginalizzato, rispetto alla crescita della Lombardia e anche a causa della crisi della Liguria che aveva una grande industria siderurgica, una forte impiantistica e un sistema portuale che solo da poco sta riprendendo peso. E poi anche l’alta velocità ha rovinato il Piemonte”.

Ma come, professore. Lei che spiega che la Tav è indispensabile ora dice che l’Alta Velocità ha penalizzato il Piemonte? Faccia capire.
“Semplice: per motivi politici che si ignorano, le Ferrovie guidate da un bravissimo sindacalista che non aveva capto cosa succedeva e cosa sarebbe successo…”

Mauro Moretti, a capo della Cgil trasporti a fine anni Ottanta e poi amministratore delegato delle Ferrovie dal 2006 al 2014.
“Esatto. Lui ha fatto tutto sulla linea di Milano e nulla sul Piemonte e adesso si trova quella tratta satura. Si sarebbero dovute prevedere due linee, si sarebbe evitato di lasciare decentrato il Piemonte che, ricordiamolo, per decenni con Torino è stato l’asse verso il Sud”.

Adesso se passa la linea dei Cinquestelle la Tav non si farà. Ieri il vicepremier Luigi Di Maio è stato categorico: con loro al governo niente Torino-Lione. Lei nei giorni scorsi ha detto che su questa questione il Governo si spacca e cade. Ne è davvero convinto?
“Salvo che i Cinquestelle non vogliano andare davanti alla Corte dei Conti a prendersi un onere di cui soffrire finanziariamente per tutta la vita per aver bloccato, come stanno facendo, i lavori producendo enormi danni economici, per bloccare la Tav bisogna andare in Parlamento e votare la modifica di trattati internazionali. Se la Lega vota a favore della Tav, come il Pd e Forza Italia, il M5s va in minoranza e a quel punto come fa a stare ancora in piedi il Governo?”.

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