Monge

Il regionalismo di chi sta bene

Sotto questo cielo regna indisturbato il caos politico più assoluto. Una confusione abbattutasi fragorosamente soprattutto sulla testa del confuso elettore di Sinistra, il quale non ha più alcun riferimento topografico che gli permetta di orientarsi nell’intricata foresta parlamentare.

L’unico punto fisso ancora idoneo a fare da spartiacque tra una visione progressista della società e le speranze di un ritorno al fez, risiede nel sostegno o meno all’accoglienza della massa migranti provenienti dalle aree geografiche bombardate per anni dalla Nato, mentre su tutti gli altri temi sociali le certezze svaniscono nelle sabbie mobili dove giacciono pure le ideologie (seppur anche sull’immigrazione le visioni a Sinistra non sono univoche).

È incontestabile come le proposte di legge sul Lavoro e sul Welfare varate dal governo, grazie all’input programmatico del Movimento 5 Stelle, realizzino alcune delle tante speranze del popolo democratico tradite dai propri dirigenti assoggettati alla volontà della speculazione finanziaria, ma altrettanto certa è la matrice reazionaria e nostalgica di molti provvedimenti voluti con forza dalla componente leghista dell’esecutivo Conte (ad esempio in merito alla sicurezza, la criminalizzazione dei blocchi stradali, la legittima difesa esasperata, le politiche dal sapore razzista sui richiedenti asilo e la propensione all’ordine e disciplina imposta esclusivamente alla contrapposizione di piazza antileghista).

Un mix pericoloso quanto schizofrenico fatto di provvedimenti spesso in antitesi l’uno con l’altro, destinato a crescere di volume giorno dopo giorno: un enorme coacervo di proposte nazional-sociali che richiamano agli anni ’30 dell’Europa prebellica.

Al poderoso miscuglio ora sembra volersi aggiungere il tema delle autonomie regionali. La presenza preponderante della Lega nella compagine di governo non poteva infatti che coincidere con il rilancio del vecchio sogno bossiano di un’Italia confederale pre-secessionista: miraggio che purtroppo ha trovato nel M5s un alleato naturale (ricordate la nuotata di Beppe Grillo verso le coste siciliane e le sue dichiarazioni anti-garibaldine al suo arrivo). Al Nord infatti è Salvini ad assecondare le voglie separatiste di Liga Veneta e della Lega lombarda, mentre in Meridione è compito di Di Maio non contrastare le tesi della causa neoborbonica.  

La proposta di riforma del regionalismo, proveniente dall’esecutivo giallo-verde, se approvata è destinata a creare un ulteriore grande divario tra Settentrione e Meridione, alimentando in tal modo la divisione tra i ricchi e le comunità non prospere. Paradossalmente tale disuguaglianza colpirebbe anche le regioni del Nord, come Piemonte e Liguria, che ad oggi non hanno avanzato richieste nella direzione intrapresa da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

È condivisibile la viva preoccupazione palesata da alcuni pazienti oncologici riguardo alla secessione del Servizio Sanitario Nazionale, poiché riformulare l’autonomia regionale in vigore tramite plebisciti (seppur dalla scarsa affluenza alle urne seppur sostenuti anche dal Pd oltre che dal centrodestra e dal M5s) è un’operazione molto azzardata oltre che politicamente folle.

Le realtà territoriali attualmente beneficiate dallo Statuto speciale sono peculiari nel panorama italiano. Le ragioni dell’autonomia risiedono infatti nel bilinguismo, nell’essere aree geografiche di confine dalla cultura tipicamente transfrontaliera, oppure dimorano in istanze separatiste tali da dover essere riconosciute nell’immediato dopoguerra a livello costituzionale (il caso della Sicilia a seguito delle azioni banditesche di Salvatore Giuliano, o del Trentino Alto Adige).

I recenti referendum indetti in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, non sono stati dettati da esigenze degne di risalto da parte della Carta costituzionale, ma sono frutto di comuni malumori economici che si sono violentemente abbattuti sui principi solidaristici nazionali. In soldoni, i territori produttori di maggiore ricchezza non vogliono distribuire le proprie risorse monetarie alle regioni meno virtuose: l’amara ufficializzazione di due realtà italiane, una ricca e prosperosa e l’altra segnata dalla disoccupazione e dalla mala sanità.

Avallare questo disegno riformista è irresponsabile perché atto prodromico alla fine dell’Unità. Da alcuni decenni, invero, mani esperte piantano di continuo i germogli dei ritrovati sentimenti antirisorgimentali. La Liga Veneta, che affonda le sue radici nelle campagne e nella blasonata Venezia, non ha mai celato la propria nostalgia verso la dinastia asburgica, così come il movimento neoborbonico sogna un ritorno al potere della casata straniera.    

Nemico giurato dei vari movimenti separatisti è il Piemonte, ossia la regione che ha pagato il maggior prezzo sociale e umano presentato dal Risorgimento, ma sono avversari anche quei doverosi principi solidali caratterizzanti i rapporti tra aree appartenenti al medesimo Stato.

La grande menzogna costruita intorno al Forte di Fenestrelle (l’inventato genocidio ai danni dei soldati borbonici) bene raffigura la determinazione di chi da tempo si propone di abbattere le statue di Garibaldi e Cavour per sostituirle con quelle di Francesco Giuseppe I d’Austria oppure di Ferdinando II di Borbone.

Un’operazione di rimozione storica in parte già in atto, a partire dalla toponomastica delle vie comunali. In molti comuni del Nord, come del Sud, già da tempo sono stati eliminati dalla rete viaria urbanistica i protagonisti dell’epopea risorgimentale, sostituendo i loro nominativi con quelli di noti briganti o nobili legati alle casate preunitarie. Alcune Regioni del Sud, con l’approvazione quasi unanime di mozioni presentate dai pentastellati, hanno indetto il giorno del ricordo dedicato ai militari delle Due Sicilie. Il diabolico piano tende a creare odio tra le popolazioni residenti nelle aree agli antipodi dello stivale italico.

Una fermezza portata avanti con estrema pignoleria: tramite l’utilizzo esperto di fake news, della riscrittura della Storia a fini strumentali e dell’attenta manipolazione della verità per mezzo dei social, usati quali amplificatori delle proprie fantasiose tesi (in poco tempo i 5 soldati “Napolitani” deceduti nell’ospedale di Fenestrelle sono diventati 40.000, sciolti nella calce viva).

La trasformazione del nazionalismo unitario in regionale non è altro che la macro trasposizione costituzionale di quanto già avviene nei confronti dell’immigrazione, ossia la negazione di qualsiasi principio di sostegno e solidarietà verso coloro che non detengono ricchezza: l’attuazione della massima per cui chi è forte vince e prospera, mentre gli altri dovranno arrangiarsi da soli.

Il baratro è vicino, così come lo è la guerra che ha distrutto l’ex Jugoslavia, e il popolo della Sinistra barcolla grazie a leader impegnati solo sul Sì Tav o sul fronte del conflitto interno su temi narciso-personalistici (dato che vale anche per la Sinistra sociale).

Forse è giunta l’ora di fare qualcosa per evitare l’imminente profondo abisso.

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