Torino al verde. Ed è una bella notizia

Siamo alla vigilia di una svolta “epocale”. Il capoluogo piemontese è destinato a perdere la vocazione automobilistica. Investire nella green economy, dicono i ricercatori della Fondazione Rota

C’è un futuro verde per Torino. Addio città fabbrica, one company town, capitale dell’automobile, Fiatland. Il destino del capoluogo piemontese non viaggia più sulle quattro ruote e le sue prospettive saranno sempre meno vincolate alle decisioni che assumerà il vertice del Lingotto. Per questo non può permettersi il lusso di lasciarsi sfuggire quella straordinaria opportunità di ripresa e sviluppo rappresentata dalla green economy. Lo conferma il XIII Rapporto della Fondazione “Giorgio Rota” presentato oggi, centrato proprio sul tema della green economy e delle smart cities come una delle (promettenti) vie d’uscita dalla crisi.

 

Il quadro è preoccupante: nello scorso anno, la crescita  delle imprese locali è rallentata, le esportazioni pur in timida risalita non sono ancora in grado di recuperare il tracollo del biennio 2008-2009, cassa integrazione e disoccupazione si ridimensionano ma mantengono livelli molto elevati, ai massimi fra le metropoli centro-settentrionali. Segnali in controtendenza, quali l’aumento dei depositi bancari (segnale inequivocabile di apprensione per il domani) e le compravendite immobiliari, «si alternano ad altri di sofferenza sociale: aumentano gli sfratti, i pignoramenti, i protesti, le famiglie assistite dai servizi pubblici e dal terzo settore; le criticità sociali stanno intensificandosi soprattutto nei quartieri periferici, sia settentrionali (Vallette, Regio Parco) sia meridionali (Mirafiori Nord), indice di una crescente segmentazione fra aree diverse della città».

 

Insomma, confermano i ricercatori coordinati da Luca Davico del Politecnico, non sembra affatto vicino il momento dell’uscita dal tunnel: «né, per ora, è chiaro se l’uscita dalla crisi potrà avvenire nelle forme di un (più o meno adattivo) ritorno alle condizioni precedenti il 2008, o – come molti ritengono – attraverso una svolta epocale, con drastiche trasformazioni dsi sistemi economici, politici e sociali. Ma una cosa è certa: tutti gli scenari concordano a delineare la «definita perdita della vocazione ultracentenaria a produrre autoveicoli». Da qui la necessità per Torino di cogliere il flusso di sviluppo proveniente dalla cosiddetta green economy, ovvero «un insieme composito ed eterogeneo di attività produttive appartenenti sia all’ambito manifatturiero aia  a quello terziario» che si sta profilando come l’inizio di un vero e proprio boom.

 

La città peraltro non parte proprio da zero. Mentre mostra discreti livelli di efficienza energetica e, soprattutto, di sviluppo delle fonti rinnovabili, ha un discreto posizionamento in Europa per diffusione del teleriscaldamento , per raccolta differenziata dei rifiuti e per presenza di aree verdi. Certo, da vecchia metropoli ferrigna sconta una bassa qualità dell’aria e un intenso tasso di motorizzazione. Eppure, nonostante Torino non brilli al momento nella creazione di “opportunità di business” nel campo, la conversione “verde” e smart city è imprescindibile. «Non si tratta di evocare la (trita) retorica del “fare rete”, né di puntare ad alcune – isolate – “eccellenze”, bensì di immaginare un sistema locale in grado di integrare davvero soggetti privati e pubblici, produttori di beni e servizi, gestori delle reti; tutti dotati di buoni livelli di efficienza».

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