Monge

Qualcuno era partigiano

Martedì mattina è stato dato l’ultimo addio, da parenti e amici, a un compagno mancato all’età di 91 anni. I.M. (ometto il suo nome poiché non amava la “pubblicità” e tantomeno il “mettersi in mostra”) ha partecipato alla battaglia della Liberazione di Torino combattendo con la Brigata Garibaldi, e dopo aver deposto le armi ha militato incessantemente nel Pci (tre giorni prima di morire ha voluto rinnovare il sostegno a Rifondazione Comunista).

L’ex partigiano aveva una sua visione del “fare politica” simile a quella di molti della sua generazione. I.M. infatti non considerava prioritario avere una tessera di partito in tasca, e neppure fare pressione sui dirigenti per spuntare una candidatura “sicura” nelle varie tornate elettorali. Lui, al contrario, si misurava solamente con l’altezza vertiginosa dei suoi ideali, con la coerenza posta al servizio dell’azione nonché della comunità e, infine, con un vivere quotidiano che mai tradisse per convenienza le proprie speranze riposte in un mondo nuovo più giusto e solidale.

I.M. non divideva mai la collettività in base alle correnti di appartenenza, sottraendosi anzi con forza alla lotta fratricida disputata nelle varie sedi congressuali tra le componenti che puntavano a governare il partito, ma al contrario si prodigava di continuo a favore dell’unità degli eredi di Bordiga e Gramsci: una disperata ricerca di sintesi tra tesi contrapposte, mediazione doverosa e utile soprattutto al mantenimento in vita dei circoli territoriali.

Da militante idealista rinunciava con leggerezza ai “diritti” derivati da essere un sostenitore del partito sin dalla prima ora, cedendo riconoscimenti e candidature blindate a favore delle nuove leve: giovani su cui investire per formare buoni amministratori o capaci consiglieri nelle istituzioni. La sconfitta per I.M. era solamente una pausa utile alla riflessione, nonché preziosa occasione per imparare dai propri errori.

Il combattente per la Libertà non raccontava la sua guerra partigiana con la solita enfasi affidata alla retorica, preferendo espressioni ricche di umanità. Una narrazione tramite la quale traspariva una necessaria, quanto doverosa, adesione alla lotta armata: scelta di cui avrebbe fatto comunque volentieri a meno.

I.M. neppure in età avanzata temeva rischi nell’aprirsi al mondo delle nuove generazioni (per cui aveva combattuto quando era lui stesso giovane) e neanche amava chiudersi innanzi alle innovazioni di una società sempre più affidata alla tecnologia. A dimostrazione della sua vicinanza al progresso, o presunto tale, si districava con abilità nella complessa jungla dei social, non rinunciando a difendere il suo punto di vista pure sulle pagine di Facebook (anche quando questo significava andare pericolosamente controcorrente).

Questo ricordo non vuole essere il “coccodrillo” dedicato a un amico (lui stesso non lo avrebbe gradito) ma semplicemente il desiderio irrinunciabile di voler ricordare cosa significasse un tempo essere veri comunisti: un modello di vita spesso di stampo libertario nonché assolutamente rispettoso verso il prossimo, ma oramai del tutto scomparso tra i quadri insidiatisi nell’eredità del post Partito Comunista.

Coerenza e autorevolezza hanno lasciato il campo libero a carrierismo e scalata sociale. La progettualità politica è stata soppiantata da un’unica vitale preoccupazione: mantenere ben saldo il proprio ruolo nelle assemblee elettive istituzionali. Un obiettivo incompatibile con gli storici circoli territoriali, ma basato sui comitati elettorali strutturati in ogni circoscrizione grazie all’arruolamento di uomini chiave utilizzati, opportunamente e con maestria, nella fondamentale creazione del consenso nei quartieri urbani.

I gruppi di appoggio, troppo simili ad agenti di commercio, agiscono in un’ottica di “dare”-“avere”, facendo leva su motivazioni non dettate dall’adesione ideale, bensì da piccole o grandi concessioni in caso di vittoria del candidato aiutato. In sintesi il modello massonico è stato fatto proprio da quasi tutte le comunità organizzate, in primis da quelle che ruotano intorno al sistema partitico (da Destra a Sinistra purtroppo).

La classe politica cresciuta negli anni della sanguinosa, quanto necessaria, guerra di Liberazione ha lasciato il testimone ai figli della cultura “vincente” di questi ultimi decenni: le sabbie mobili dell’avere dove è affondato il sogno di un mondo nuovo, sostituito dal più concreto (e utile) “Reddito di cittadinanza”.

Una volta tocca ai finti trentenni (quasi quarantenni), modello Debora Serracchiani, un’altra volta ai quarantenni, sul genere Valter Veltroni, e un’altra ancora ai renziani oppure ai vendoliani il compito auto assegnato di rottamare i vertici delle compagini di Sinistra per fare maggiore spazio a se stessi.

La campagna elettorale 2019 è iniziata in sordina sul fronte dei programmi. A Sinistra ancora una volta tutto tace e dall’alleanza piemontese Pd-LeU non si sente proferire verbo (a esclusione del solito Sì Tav) e ancor meno pronunciare vocaboli tipo “Ricchi” e “Patrimoniale”: una distrazione verso i temi storici del Socialismo che neppure i Democratici americani si permettono durante le loro primarie presidenziali.

Il silenzio è assoluto, glaciale. Nessuna idea che affondi le sue radici nella nobile tradizione marxista sembra capace di dare voce a quei volti severi, ma non troppo, dallo sguardo puntato sulla nostra desolante disperazione. 

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