POLITICA & GIUSTIZIA

Voto di scambio mafioso, arrestato l'assessore Rosso

Il politico di centrodestra coinvolto nell'inchiesta sulle infiltrazioni di 'ndrangheta a Carmagnola. Avrebbe chiesto il sostegno elettorale da parte di clan della criminalità organizzata calabrese. In carcere firma la lettera di dimissioni dalla giunta - VIDEO

Dalle prime luci dell’alba, la guardia di finanza di Torino sta eseguendo otto ordinanze di custodia cautelare in carcere, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia torinese, nonché sequestri di beni sul territorio nazionale, nei confronti di soggetti legati alla 'ndrangheta radicati nel territorio di Carmagnola e operanti a Torino. Tra le condotte illecite, oltre all'associazione per delinquere di stampo mafioso e reati fiscali per 16 milioni di euro, è stato contestato anche il reato di scambio elettorale politico-mafioso. In manette è finito Roberto Rosso, 58 anni, parlamentare per cinque legislature e due volte sottosegretario di Forza Italia, già candidato sindaco di Torino nel 2001 e ancora nel 2016, ora consigliere comunale e assessore regionale a Rapporti con il Consiglio regionale, Delegificazione e semplificazione dei percorsi amministrativi, Affari legali e Contenzioso, Emigrazione e Diritti per Fratelli d’Italia.

Entrato in politica da giovanissimo, a 19anni, nella Dc,  Rosso alle regionali del maggio scorso è stato eletto a Palazzo Lascaris con 4.777 preferenze conquistando, proprio in quanto recordman di preferenze in Fratelli d’Italia, il posto nella giunta di Alberto Cirio che, a onor del vero, ha tentato fino all’ultimo di tenerlo fuori dalla sua squadra. Nel 2010 era stato vicepresidente della Regione Piemonte nell’amministrazione guidata da Roberto Cota, incarico da cui si dimise dopo tre mesi. Da una sua intervista a una televisione locale, in cui raccontò come alcuni consiglieri si facevano rimborsare spese personali e persino settimane bianche, scaturì la prima Rimborsopoli piemontese. I fatti contestati oggi riguarderebbero le scorse elezioni regionali quando il politico si sarebbe rivolto alle cosche calabresi della zona per assicurarsi il loro sostegno.

In cella è finito anche Mario Burlò, 46 anni, di Moncalieri, imprenditore che opera nel ramo del “facility managment” e rappresentante del consorzio di imprese OJ Solution di Torino, main sponsor di alcune società sportive in Italia, tra cui la Basket Torino e la Auxilium Torino fallita nei mesi scorsi. Le indagini avrebbero fornito, secondo l’accusa “una chiara evidenza delle ragioni dell’intesa tra il sodalizio” mafioso e Burlò (per lui l'accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa): da un lato quest’ultimo, dovendo investire l’ampia liquidità realizzata dall’evasione fiscale, ha investito in acquisti immobiliari supportato dalla protezione fornitagli dai membri dell’organizzazione criminale. Allo stesso modo la cosca ha ottenuto illecitamente ingenti profitti e il controllo di attività economiche in vari settori imprenditoriali. Negli atti si fa riferimento all’ingerenza della consorteria in occasione delle elezioni politiche regionali del 26 maggio 2019 nel corso delle quali avrebbe stipulato un “patto di scambio” con l’allora candidato Rosso, consistente nel pagamento di 15mila euro in cambio della promessa di un “pacchetto” di voti. Da quanto si apprende, della somma concordata con gli intermediari delle cosche, Rosso ne versò poco meno di 8 mila, in due tranche da 2900 e 5000 euro. A fare da tramite sarebbero stati Enza Colavito e Carlo De Bellis, quest’ultimo già coinvolto nelle indagini Minotauro e Big Bang. Dalle indagini sarebbe emersa “la piena consapevolezza del politico e dei suoi intermediari circa la intraneità mafiosa dei loro interlocutori”.

Ecco chi è Rosso, globetrotter della politica

L’operazione odierna denominata “Fenice”è un’appendice dell’inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta nella zona di Carmagnola denominata “Carminius”, condotta dal Gico della Guardia di finanza e dal Ros dei carabinieri. Il 18 marzo scorso erano state arrestate 14 persone, 11 di loro sono accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso e sono considerati legati alla cosca Bonavota di Sant’Onofrio (Vibo Valentia) insediati nella zona di Carmagnola e di Moncalieri. A guidarli c’erano tre presunti boss, Salvatore Arone, Francesco Arone e Antonino Defina. L’indagine è condotta dai pm Paolo Toso e Monica Abbatecola.

Partendo da alcuni accertamenti sugli attentati ai danni di due concessionarie di Carmagnola è cominciata l’inchiesta che si è poi spostata sull’analisi dei movimenti di denaro, facendo emergere un quadro di infiltrazioni nelle attività economiche, soprattutto quelle edilizie e immobiliari, col controllo dei cantieri, le intestazioni fittizie e il recupero di crediti, ma non solo. In totale sono stati sequestrati immobili, società, conti e cassette di sicurezza per circa 45 milioni di euro. Uno dei rami più importanti era la gestione delle videoslot e delle videolottery nei bar. Proprio per difendere questo settore sarebbero stati commessi alcuni attentati incendiari contro due assessori del Comune di Carmagnola. Nell’agosto 2016 e poi altre due volte sono andate a fuoco delle auto. La prima è quella del vicesindaco Vincenzo Inglese, un anno dopo ad essere incendiata è stata la vettura dell’assessore Alessandro Cammarata, cui è seguito un secondo episodio.

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