TAMPONE ECONOMICO

Cassa integrazione, fondi insufficienti

Le risorse stanziate dal Governo non coprono tutte le necessità del Piemonte. Porchietto: "Risorse che si esauriranno in un un paio di giorni". Procedure farraginose e troppa burocrazia. La Regione deve battere i pugni per ottenere modifiche al decreto

Affrontare l’emergenza con strumenti normali. È quello che, purtroppo, appare dal decreto “cura Italia”. E senza neppure dover cercare troppo tra le righe del provvedimento assunto dal Governo per far fronte, sul versante economico e sociale, alla situazione creata dalla diffusione del coronavirus che ormai ha visto l’Italia superare nel tragico primato delle vittime la Cina.

Tra i centoventisei articoli di una manovra straordinaria, che non sarà certo l’ultima, uno molto importante riguarda la cassa integrazione in deroga. La misura richiesta a gran voce dai governatori delle Regioni più colpite, così come dai sindacati e dalle associazioni datoriali, rappresenta indiscutibilmente un forte ammortizzatore sociale, anche per quelle micro-aziende che in altre circostanze non avrebbero potuto utilizzarlo. Sul principio e la norma generale nulla da dire. Purtroppo neppure la situazione eccezionale sembra aver potuto avere la meglio sulla farraginosità e sulle incrostazioni burocratiche che da sempre segnano la gran parte dei provvedimenti.

Succede così (anche se non dovrebbe succedere) che di fronte a un quadro a dir poco drammatico anche per gli effetti sul lavoro e sull’economia prodotti dal Covid-19, nell'atto firmato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte si assumono decisioni rapide e, si spera, efficaci, ma non si pensa a cambiare regole che se già possono già apparire fonte di lentezze nella normalità non sono accettabili in emergenza. Come definire altrimenti le regole e le procedure per la cassa integrazione rimaste rigide e lunghe come sempre? Basti pensare che se non interverranno modifiche nei regolamenti attuativi i datori di lavoro che presentano la domanda per l’ammortizzatore sociale devono “svolgere anche in via telematica entro i tre giorni successivi a quello della comunicazione preventiva la consultazione delle parti sociali e fare l’accordo”.

Ora non ci vuol molto a immaginare, nella situazione attuale, una procedura del genere con tutte le difficoltà che essa comporta, senza dire che le ragioni per la cassa integrazione risalgono ormai a settimane addietro. In un contesto come questo non sarebbe stato opportuno saltare l’accordo sindacale? Amaro dirlo, ma il virus della burocrazia sembra nulla avere da invidiare a quello che sta mettendo in ginocchio in Paese. O, forse, è l’ennesima riprova di quanto il “copia e incolla” imperversi anche in quelle misure che andrebbero, al contrario, essere scritte ex novo, senza poi dover ricorrere a successivi aggiustamenti.

Magari fosse finita qui. L’altro grande problema, più grave ancora delle lungaggini cui si spera venga posto rimedio, è quello dei soldi. In questo caso, come si vedrà, il Piemonte è messo assai più male di molte altre regioni, se non di tutte. Per la cassa integrazione in deroga sono stati stanziati dal decreto 3.239 milioni di euro, ma in questo momento in pancia ad Anpal, l’agenzia nazionale Politiche del Lavoro, ci sono residui delle regioni pari a circa 989 milioni (soldi che non sono stati utilizzati rispetto a quelli previsti per gli ammortizzatori sociali). Non è chiaro, ma non è escluso che negli oltre 3 miliardi ci sia anche il quasi milione dei residui. Residui che per il Piemonte si fermano ad appena 11 milioni e 800mila euro, contro i 146 della Lombardia o addirittura i 178 della Puglia, solo per citare due casi.

“Se si incomincerà mettendo mano a queste risorse, per il Piemonte sarà una cifra che si esaurirà in un paio di giorni”, osserva preoccupata la deputata di Claudia Porchietto, che sulla questione ha presentato alcuni emendamenti. Per la parlamentare di Forza Italia “serve rivedere le regole e in fretta”. Lo dice anche guardando al resto dei fondi che se verranno assegnati con i criteri e coefficienti in essere prima dell’emergenza e non cambiati nel decreto al Piemonte toccherebbe una percentuale del tutto insufficiente. “La Regione deve battere i pugni sul tavolo – esorta la deputata piemontese – e far capire che le regole devono cambiare, mettendone di nuove alla luce della situazione attuale”.

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