Smart working e movida, serve una regia

Movida contro smart working? Potrebbe essere così un titolo o interpretazione del nuovo dpcm? L’auspicio è che nell’azione a ogni livello istituzionale vi sia come priorità il lavoro, l’impatto sull’occupazione e le esigenze primarie del Paese. Garantire occupazione anche in questo periodo è la scelta più salubre per l’Italia ed è la prima vera tutela sociale contro il Covid insieme a mascherine e distanziamento.

Ecco perché mi permetto di riflettere nuovamente sullo smart working esteso ulteriormente. Prima di tutto perché non è smart ma lavoro da casa a fronte di una necessità pandemica.

Come impatta questo “no smart working”? Sono stato nei giorni scorsi a pranzo in un locale del centro di Torino che era solitamente strapieno e l’ho trovato desolatamente vuoto. Effetto del “no smart working” sull’economia del commercio torinese dovuto al lavoro da casa di impiegati pubblici, comunali, sanitari amministrativi, bancari, assicurativi e quant’altro. Tutto quel popolo che, in tempi normali, animava l’economia della pausa pranzo e il centro cittadino, compreso lo shopping.

Un “lavoro intelligente” vorrebbe una dirigenza intelligente, che intervenisse nel regolare il lavoro da casa laddove non impatti, oltretutto, sulla vita amministrativa e gestionale dei cittadini, delle imprese, dell’economia. Questo andrebbe fatto insieme alle organizzazioni sindacali (Cgil-Cisl-Uil) per agire dentro le normative contrattuali esistenti o da definire tramite nuovi accordi aziendali.

Lavoro intelligente significa non sguarnire tutto ciò che è servizio alla comunità. I giornali, le cronache locali e nazionali, abbondano di lamentale sul rallentamento della macchina amministrativa degli enti locali, delle banche, della sanità a causa della chiusura degli sportelli al pubblico per le normali attività amministrative. Con l’acuirsi dei casi positivi si paventa nuovamente anche la sospensione della normale attività di prenotazioni sanitarie che stava progressivamente riprendendo. Tutto ciò fatti sempre salvi “tutti gli uomini e donne di buona volontà” che si adoperano sempre per fornire il servizio migliore in ogni situazione. Anche qui diventa necessaria l’azione sindacale per tutelare i lavoratori e salvaguardare le prestazioni a favore dei cittadini. Un compito peraltro arduo e difficile conoscendo la materia. Ma in questi anni ho incontrato, in casa Cisl tanti bravi sindacalisti di queste categorie professionali.

Dall’altra parte abbiamo le proteste dei locali della movida, un pezzo di economia non trascurabile, dove il divertimento di alcuni è lavoro e occupazione per altri.

Intanto devo dire che accolgo con favore l’idea di dare ai sindaci molte deleghe nella gestione del territorio, sento proteste ma quando si rivendica autonomia ciò significa non solo avere soldi dallo Stato ma decidere e operare per governare situazioni locali. D’altra parte presso le Prefetture sono istituiti da tempo i Comitati per la Sicurezza e l’Ordine pubblico.

Questo, oltretutto, potrebbe aiutare a mantenere un giusto equilibrio nella gestione della pandemia sul territorio. Chi meglio dei sindaci conosce la sua città, sapere se privilegiare la movida, con quali criteri, se chiudere piazze  e strade, se concedere a “babbo morto” lo smart working ai dipendenti, come interloquire con le altre istituzioni? Il Covid si batte sul territorio, metro per metro, è la nostra Stalingrado (e noi siamo i Sovietici).

Il “giro” della movida non corrisponde a quello della “pausa pranzo” ma se funzionasse una cabina di regia territoriale si potrebbe gestire il lavoro da casa nello stretto essenziale, garantendo sevizio pubblico che limita le inefficienze e mantenendo così un pezzo di economia legata al commercio della pausa pranzo.

Ma, si sa, è molto più facile e non comporta assunzioni di responsabilità, distinguo, discernimento dire “Tutti a casa”, oppure dire sempre il contrario del Governo.

Sulla movida serale il problema non sono i locali che mi pare si sono anche organizzati, ma i suoi effetti collaterali. Tutto ciò che succede fuori dal locale non è di competenza del locale ma del Comune, del sindaco a cui tocca mantenere l’ordine pubblico in accordo con le istituzioni preposte.

Poi ai giovani e meno giovani della movida bisogna provare a spiegare che se per alcuni mesi si va a dormire un po’ prima, beh non è la guerra, non è una limitazione della democrazia, non è impedire di vivere la gioventù spensierata ma, anzi, consentire e darsi più probabilità di vivere anche la vecchiaia o almeno evitarsi qualche giorno o settimana di terapia intensiva. Già ma chi è che oggi ha l’autorevolezza per dire questo a un giovane diciottenne? O a un quarantenne rimasto giovane?

Inoltre bisognerebbe anche suggerire a un’autorevole e di lunga data esponente del commercio torinese che non serve solo ed esclusivamente chiedere senza costrutto: dovrebbe valere la regola che a ogni problema posto si “alleghi” anche una soluzione che non sia solo la soluzione per se stessi ma anche per la comunità territoriale. Sennò si chiama corporativismo.

Bisogna dire che il commercio, come tutti i luoghi di lavoro organizzati sta rispettando le regole; come lo stanno facendo la scuola, le palestre, i bar. Il problema resta laddove non c’è chi definisce l’organizzazione e la gestione della regola; ad esempio sul trasporto pubblico regionale e comunale, sui marciapiedi e le vie e piazze della movida. Sarebbe necessario costruire un’operatività di sistema territoriale che però oggi non ha nessun regista e le elezioni comunali sono in primavera per cui spererei di vedere il problema risolto prima, almeno in parte. Bisognerebbe avere più senso civico autoregolante ma chi lo ha fatto in questi anni se nemmeno più la materia civica è prioritaria nell’ambito educativo.

Il rischio della non assunzione di responsabilità, dello scaricabarile istituzio nale, della generalizzazione per non avere problemi e accontentare sempre e tutti sia a scapito, ancora una volta, del lavoro e dell’occupazione.

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