Le catene di un progresso "devastante"

Mi ero imposto di non tornare più sul tema Tav. Da anni scrivo su questo argomento, che ha toccato spesso risvolti drammatici. Molte volte (a tutte le ore del giorno e della notte) ho marciato in Valle Susa per ribadire in corteo il mio convinto “No” all’opera. Mi sono chiesto se fosse ancora possibile influenzare il corso degli eventi, oppure se gli interessi coinvolti nel progetto fossero così forti da schiacciare ogni dissenso.  

Alcuni fatti recenti hanno però nuovamente scosso la mia attenzione, inducendomi a commentare ancora una volta vicende inerenti la tratta ad alta velocità (pur temendo che sarà inutile come sempre). Non riuscirò a indurre riflessioni prive di pregiudizi sul movimento valsusino, e neppure un confronto serio in merito a fatti che si trascinano sin dagli anni ’90. Tacere sugli ultimi sviluppi giudiziari però è davvero difficile, anche a costo di urlare ancora al vento.

Da almeno 15 anni attendo risposte sulla Torino-Lione. Le tante interpellanze che ho presentato all’epoca in cui sedevo in Consiglio regionale sono di fatto ancora inevase. Mai nessuno (ripeto mai) è stato davvero in grado di dimostrarmi l’utilità dell’opera, neppure ho avuto il piacere di leggere documenti che giustificassero i costi della sua realizzazione rapportandoli ai benefici reali. Tra le spese naturalmente andrebbero annoverati anche i danni ambientali conseguenti alla realizzazione della tunnel di base (lungo oltre 50 Km): un impatto economico ignorato volutamente da gran parte delle istituzioni (al contrario del nuovo sindaco di Lione, il quale appena eletto ha manifestato tutte le sue preoccupazioni in merito).

La storia del Tav è costellata di errori macroscopici. Il primo tracciato, frutto di un semplice tratto di matita, venne modificato notevolmente in seguito alle giuste critiche espresse dai manifestanti in Valle. Il mega disegno ferroviario transfrontaliero è stato al centro anche di vicende inquietanti e misteriose (Lupi Grigi e oscuri personaggi “deviati”), e ha fornito molti alibi utili a giustificare la repressione perpetuata ai danni delle comunità locali.

L’ultimo atto punitivo strettamente connesso al Tav riguarda l’incredibile arresto di Dana Lauriola. La scelta giudiziaria di infliggere a Lauriola una pena detentiva elimina qualsiasi speranza a chi ancora crede nella democrazia. Un secondo pugno allo stomaco, dopo quello assestato nel gennaio scorso vedendo le immagini del trasferimento presso le carceri torinesi della professoressa in pensione Nicoletta Dosio.

Esecuzioni di sentenze, in ambo i casi, che sembrano legate più alla volontà di “dare l’esempio”, piuttosto che alla semplice applicazione della legge a fattispecie di reato. Una giustizia che ha i tratti tipici della rivincita.

Dana Lauriola sconta il carcere perché nel 2015 ha contribuito “moralmente” (cito) all’occupazione di un casello dell’autostrada Torino- Bardonecchia. Ad accusarla il fatto che in quella occasione aveva il megafono in mano e lanciava slogan.

Sono molti i giuristi convinti che sia nel caso di Dana che in quello di Dosio si voglia punire soprattutto il “reato di opinione” anziché altri ipotetici atti delittuosi. La carcerazione ha il compito di intimorire i contestatori, di infliggere una sorta di educazione correttiva tramite inferiate e chiavistelli. In sintesi negare la libertà a chi “fa tropo rumore ma non è sovranista o xenofobo”. Dana non ha potuto beneficiare neppure della detenzione domiciliare, così come dell’affidamento all’esterno, perché non ha mai preso le distanze dalla lotta No Tav e, inoltre, risiede all’interno dell’ampia area geografica interessata dal cantiere ferroviario.  

Per chi non si allinea sono tempi difficili. È consentito gridare ai bambini nomadi “Vi bruceremo insieme ai vostri camper” (come accaduto spesso a Torino nel 2019 a opera di gruppi neofascisti) ma è regolarmente portato a processo chi si oppone al Tav.

In questi giorni alla giovane attivista della Valle è stata notificata una seconda condanna per contestazioni risalenti questa volta al 2013. Dana durante una manifestazione nei pressi del Palazzo di Giustizia impugnava ancora una volta il megafono ed è stata denunciata (e poi processata) per “oltraggio” a pubblico ufficiale.

Il tribunale ha valutato la continuazione di reato, aggiungendo alla pena inflitta alla ragazza alcune settimane di detenzione, da sommare quindi ai due anni che sta già scontando al carcere delle Vallette. Come in un Lego, mattoncino dopo mattoncino si costruisce dal nulla un soggetto criminale da tenere in cella, da non lasciar andare libero per le sue terre.

Eppure alcune azioni delittuose trovano comprensione e sovente clemenza: corruzione, falso in bilancio, turbativa d’asta, saccheggio della sanità pubblica, affiliazioni a cosche, apologia del nazismo sono reati non sempre stigmatizzati. Non è raro vedere in televisione condannati per reati contro la pubblica amministrazione fuori dal carcere e addirittura ospiti di talk show, dove vengono intervistati da giornalisti “solidali” e compiacenti. 

Dana sembra dover pagare per tutti. Un monito per coloro che ancora si oppongono alla “ricca” colata di cemento sulla Valle di Susa. Ogni sincero democratico ha il dovere di riflettere profondamente su come da decenni l’apparato dello Stato stia agendo nel nome di un “devastante” progresso.

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