Askatasuna: "Esproprio proletario"
14:05 Martedì 27 Ottobre 2020Il centro sociale torinese mette il sigillo sulla guerriglia di ieri sera. "La rabbia è esplosa come una pentola a pressione. La mancanza di supporti al reddito, di adeguate tutele nella crisi è stato il detonatore". Furti e spaccate esito di "un'alleanza tra ostili"
Se non una rivendicazione vera e propria di certo un’assunzione di paternità politica. È quella che a poche ore dalla guerriglia che ha messo a ferro e fuoco il centro di Torino fa attraverso la rete il centro sociale Askatasuna. “La rabbia è esplosa come una pentola a pressione senza sfoghi. La mancanza di supporti al reddito, di adeguate tutele nella crisi è stato il detonatore”: questa, per la frangia antagonista, la ragione dei disordini di ieri sera. “A Torino sono state due le piazze che hanno espresso questa rabbia – si legge sui social –. Da un lato piazza Vittorio dove si sono concentrati commercianti e ristoratori, dall’altro piazza Castello dove si è trovata una composizione molto più mista: ultras, giovani proletari metropolitani delle periferie, seconde generazioni, lavoratori dipendenti della ristorazione e dello spettacolo”. Un potpourri di monadi dell’emarginazione culturale e della marginalità sociale, dell’emigrazione e dell’estremismo (pre-politico) che ha rappresentato il terreno fertile per le azioni violente.
“Il messaggio forte dei giovani di piazza Castello – conclude il centro sociale – emerge più propriamente nell'immagine della vetrina di Gucci spaccata, nel rovescio della realizzazione nel consumo, nell’appropriazione della ricchezza. Si manifesta in quella scena minore l’inconscia contrapposizione tra gli interessi delle diverse composizioni che stanno negli stessi luoghi, ma non marciano insieme. È l’alleanza di questi tempi, un’alleanza tra ostili di cui però non è ancora maturata una rottura, perché banalmente non sembrano profilarsi altre opzioni”. Una posizione sconcertante, banale e disarmante nella pochezza dell’analisi che sembra una vaga scimmiottatura degli anni Settanta, quando il rituale delle manifestazioni prevedeva alla conclusione di ogni corteo l’esproprio proletario ai danni dei negozi del centro cittadino. Come diceva il barbuto di Treviri, la farsa (e non una risata) ci seppellirà.



