Non è colpa mia

“Il Buono e il Cattivo” non è solamente il titolo di un film western (neppure aggiungendo “Il Brutto”) e neanche il gioco di ruolo di due investigatori alle prese con l’interrogatorio di un criminale. La contrapposizione cinematografica tra il Bene e il Male purtroppo è entrata nelle prassi amministrative che intercorrono tra centro e periferia. In politica quindi è oramai usuale che “Buoni” (o presunti tali) contrastino quotidianamente “Cattivi” (perlomeno così etichettati dai primi).

Tale dicotomia esiste da tempo nelle metropoli, dove le circoscrizioni tendono a prendere i meriti delle azioni a cui conseguono ricadute positive sui cittadini e, al contempo, indicano nelle giunte comunali le colpe dei limiti amministrativi e degli insuccessi territoriali. Naturalmente tale distorsione dei rapporti istituzionali non caratterizza tutto il decentramento, pur fornendo spesso ottimi alibi a coloro che desiderino prendere preferenze alle elezioni senza in compenso assumersi alcuna responsabilità (fenomeno molto conosciuto a Torino).

Il Covid19 non ha avuto un ruolo importante soltanto nell’evidenziare il disastro sanitario regionale, ma ha anche svelato il meccanismo alla base delle relazioni tra i vari livelli del governo territoriale. Da una parte infatti l’esecutivo nazionale, sempre attivo nel redigere divieti aventi lo scopo di fermare il virus (impossibilità di spostamento da un comune all’altro, chiusura delle attività produttive e sanzioni a chi non rispetta le norme) e dall’altra le regioni, i cui presidenti amano vestire i panni dei paladini a difesa dei loro amministrati (quindi perennemente impegnati a contrastare le misure varate dal Consiglio dei Ministri, ma condividendole in sede di confronto Stato-Regioni).

“Buoni contro Cattivi”: “Buono” chi preme per tollerare gli assembramenti dello shopping, i cenoni natalizi e le sciate sulle piste dei luoghi turistici invernali; dall’altra parte “Cattivo” chi ha il dovere di fare il professore inflessibile, al fine di evitare il collasso della massacrata Sanità pubblica, punendo gli indisciplinati che viaggiano senza validi motivi.

L’uso irresponsabile del decentramento statale crea disaffezione da parte dei cittadini nei riguardi delle istituzioni e impedisce inoltre il corretto compimento delle funzioni delegate, con il conseguente minore beneficio per le comunità territoriali. La deresponsabilizzazione unita a un’ossessiva ricerca di scusanti da dare in pasto ai media sono atteggiamenti degni del peggior alunno delle primarie: messi in atto da una classe politica senza coraggio e sovente priva di passione per i compiti che il popolo le ha affidato. La strategia, sempre più in auge, del “Non sono stato io” risulta ottimale pure per distrarre l’opinione pubblica dalle gravi mancanze di chi la mette in campo.

I fautori dello “scaricabarile” hanno una fonte inesauribile di argomenti da spendere a loro difesa: giustificazioni portate all’attenzione generale tramite dichiarazioni di forte impatto e divulgate da giornali, televisioni, social. In questi giorni non mancano numerosi esempi di tale sperimentata pratica, ad iniziare dal colpo di scena attuato dal Presidente della Regione Abruzzo: autore di un’ordinanza che fuori da ogni regola toglie la sua porzione geografica dalle “Zone rosse” per inserirla in quelle “Arancione”. Un tratto di penna utile ad anticipare Palazzo Chigi nel varo di un atto che consegna qualche libertà in più ai movimenti degli abruzzesi, e soprattutto finalizzato a distrarre la popolazione dalle tante lacune del proprio sistema sociosanitario. Stessa cosa in Molise, dove dopo anni di politiche scellerate la Sanità pubblica è solo un vago ricordo.

In Piemonte invece, regione colpita pesantemente dal contagio, l’esecutivo firma richieste dirette al presidente Conte per ridurre i limiti di spostamento da comune a comune durante il periodo natalizio: un atto “buonista” forse diretto a stimolare simpatia tra gli elettori e che nel frattempo dirotta l’attenzione dagli scopi raggiunti con l’allestimento del Covid Hospital collocato presso il Valentino. Operazione assai curiosa che probabilmente richiederebbe maggiore attenzione da parte dei cittadini stessi, invece di dedicarla esclusivamente ai cenoni interdetti dall’autorità.

Lo smantellamento del ricovero destinato alle vittime del virus realizzato alle Ogr con il sostegno dei medici di Cuba è stato avventato e inoltre costoso. Una fretta assolutamente incomprensibile, poiché già in luglio gli esperti lanciavano allarmi per un autunno che avrebbe coinciso con l’arrivo della seconda implacabile ondata. Al riaffacciarsi del Covid l’assessore alla Sanità piemontese è stato colto di sorpresa, e in piena ascesa del picco epidemico ha pensato di porre rimedio (al precedente disfacimento) investendo altri fondi per riallestire una seconda struttura di cui si è affidata la gestione a cooperative, studenti in scienze infermieristiche e specializzandi.

Il seguito non è dato conoscerlo. Pare comunque che sin da subito sia stato rilevato come fosse difficile trasferire i ricoverati dalle Molinette alla rinata struttura emergenziale, per cui oggi tanti operatori sanitari denunciano l’assenza di pazienti all’interno del nuovo Covid Hospital.

Il costante flusso di elettori che abbandona Sinistra e 5 Stelle per migrare sui lidi di Lega e Fratelli d’Italia è la cartina tornasole di un meccanismo oliato, molto adatto allo scopo per cui è stato realizzato: “Non è colpa mia” (“Mi sai nen” in piemontese) è un alibi efficace nell’organizzazione decentrata per creare consenso a scapito del potere centrale.

“Non ho colpe, è stato lui” sul lungo andare potrebbe mostrare i limiti della gambe corte, esattamente come le bugie: nel frattempo il virus continuerà la sua instancabile, e sovente micidiale, opera.  

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