Poco Piemonte al governo

Ormai non fa più neanche notizia. E cioè, in una stagione politica che è stata dominata - e lo è tuttora, purtroppo, a prescindere dall’arrivo di Draghi che ha segnato, comunque sia, una svolta positiva ed incoraggiante per il futuro del nostro paese - dal trasformismo, dall’opportunismo e dal populismo, passa in secondo piano persino la scarsissima presenza di ministri e sottosegretari piemontesi nel nuovo esecutivo che è decollato nei giorni scorsi. Non ha fatto notizia per la semplice ragione che ormai ci siamo abituati. La cultura “dell’uno vale uno” di marca grillina ha fatto breccia e l’assenza di carisma, di leadership e di autorevolezza della classe politica è un fatto talmente scontato che nessuno si preoccupa quasi più della assenza dal governo di persone che provengono da una regione e da un territorio che sono comunque importanti nell’economia generale e nello scacchiere nazionale. Vale a dire, Torino e il Piemonte. Diventa, appunto, un terno al lotto esserci. Ovvero, se c’è fortuna bene. Se non c’è fortuna pazienza, tutto salta e ci vediamo alla prossima.

Ora, al di là delle motivazioni che hanno portato a queste scelte - non dimentichiamo che molti ministri, quasi tutti i vice ministri e tutti i sottosegretari sono stati scelti dai partiti che fanno parte di questa maggioranza di governo - non possiamo non fare una considerazione che va oltre questa decadente e pessima notizia che abbiamo appreso nei giorni scorsi. Ossia, il problema del Piemonte politico nel suo complesso è riconducibile ad un dato di fondo. In questo territorio, almeno per quanto riguarda i partiti con maggior peso politico, non ci sono stati eredi dei grandi leader del passato - recente e meno recente - che hanno segnato in profondità le dinamiche politiche della regione subalpina e che si sono fatti valere anche a Roma, come si suol dire. Leader politici che hanno ricoperto importanti incarichi istituzionali, e quindi di governo, e che hanno contribuito con la loro azione nazionale a far crescere anche il territorio da cui provenivano.

Certo, nessuno pretende che, oggi, venga replicato il ruolo di esponenti politici come Donat-Cattin, Bodrato, Sarti, Goria per fermarsi alla sola Democrazia Cristiana. Ma è indubbio che, se per motivi strutturali e facilmente comprensibili, non è possibile replicare il magistero politico ed istituzionale di quegli statisti e leader di partito, è altrettanto evidente che allora il tutto si riduce o alla “dea bendata”, cioè alla fortuna del pallottoliere per la futura scelta dei sottosegretari o vice ministri oppure, strada molto più difficile ed impervia, si prende amaramente atto che senza una classe dirigente autorevole e qualificata quel traguardo sarà complicato da centrare. E quindi ci si deve attrezzare sul versante, da ormai molto tempo sbandierato ed osannato, di creare le condizioni politiche, culturali ed organizzative per formare una nuova classe dirigente che possa competere in futuro per rivestire quei ruoli. Senza affidarsi sempre e solo alle virtù miracolistiche e taumaturgiche della sempreverde società civile e dei soliti e noti accademici.

Tutto dipende, in sostanza, da come la politica e da ciò che resta dei partiti intendono muoversi. Verrebbe da dire, “se non ora quando?”.

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