SACRO & PROFANO

Una Chiesa sconsolata (e spoglia)

Se la devozione alla Consolata misura la temperatura della diocesi torinese, la situazione è davvero grave. La gestione del santuario da parte del "pittoresco" don Martinacci è oggetto di critiche dei fedeli. E a Groscavallo tolgono la veste alla Madonna

Il luogo sacro da secoli più caro alla fede dei torinesi è senza dubbio, ben più del duomo, il santuario della Consolata. Esso ha rappresentato il cuore pulsante della devozione di quella città e di quella diocesi di cui la Vergine Consolata è la patrona. Il 20 giugno, giorno della festa, non è per i cattolici piemontesi una data qualsiasi, anche per chi non si reca presso la gloria barocca del santuario o non partecipa alla processione serale, manifestazione centrale di quella pietà popolare che, almeno negli ultimi tempi, è stata ripresa in considerazione, persino dagli intellettuali progressisti. Si potrebbe quasi dire che la devozione alla Consolata offre la misura dello stato e della temperatura della Chiesa torinese.

Il rettore del santuario è uno dei personaggi più caratteristici e singolari – qualcuno dice pittoresco – della diocesi di Torino. Si tratta di monsignor Giacomo Maria Martinacci, classe 1942, prevosto del capitolo metropolitano e maestro delle celebrazioni liturgiche episcopali. Dopo l’ordinazione e varie esperienze di viceparroco, ritenuto poco idoneo all’attività pastorale, approdò in curia come aiutante del cancelliere don Piergiorgio Micchiardi al quale, quando questi nel 1990 divenne vescovo ausiliare, successe come cancelliere. Alla mancanza di un titolo accademico in diritto canonico, supplì una grande dedizione e un intenso lavoro, tenendo l’ufficio, incontrastato e, anche dai vescovi, spesso sopportato, per quasi trent’anni. Per questo, l’arcivescovo Cesare Nosiglia e il suo vicario Valter Danna faticarono non poco a sollevarlo da quell’incarico nel quale si era immedesimato e in cui – esercitando un discreto potere – emetteva su persone e cose responsi e giudizi taglienti e definitivi. Il rettorato della Consolata fu una ricompensa parziale a tanto “servizio”. Nel 2000 corse voce fosse preconizzato – i maligni dicono autocandidato – vescovo di Susa e alcuni preti della diocesi alpina fecero sapere a chi di dovere che se tale evento si fosse verificato, avrebbero chiesto l’escardinazione.

Coriaceo, ombroso e perennemente imbronciato, egli è rimasto l’unico prete della sua generazione che continui ad indossare la veste talare. Questo ha generato su di lui molti equivoci, non sono pochi coloro che, scambiandolo per un prete “tradizionale”, compresero poi, frequentandolo, come egli fosse di tutt’altro orientamento. Giovani seminaristi, recatisi da lui per la benedizione del rosario con la veste, ne ebbero a subire le conseguenze e scoprirono, come si diceva, «che sotto quella veste batte il cuore di un progressista». Come per le associazioni di cui monsignor Martinacci è stato assistente spirituale, anche alla Consolata il suo carattere autoritario e poco incline al dialogo non ha mancato di sollevare malumori e problemi. La sua gestione del santuario ha messo in crisi e scontentato molti, a cominciare dalle associazioni dei devoti, da sempre generosi benefattori.

Un tempo – ma non secoli fa – i cattolici torinesi sapevano che nel santuario, dalle sei del mattino sino a mezzogiorno, si celebrava la Messa ogni mezz’ora, per non parlare delle funzioni pomeridiane. Oggi le Messe si sono diradate e sono sospese adorazione e vespri, i fedeli che, specie la domenica, affollavano il tempio disegnato dal Guarini, sempre più rarefatti, mentre l’altare maggiore, opera di Filippo Juvarra e su cui si eleva l’immagine della Madonna Consolatrice, è sempre più spoglio, per non parlare degli orribili confessionali che hanno oscurato la galleria degli ex voto. Sicuramente, se non fosse per l’opera della Soprintendenza, avremmo assistito, in nome dell’«adeguamento liturgico», a chissà quali scempi o alla messa al centro, come in duomo, del «trono del faraone». Le processioni serali degli ultimi anni – sempre meno partecipate – persa ogni compostezza e solennità, sono diventate un’adunata informe dove al termine, per accattivarsi i giovani, la musica rock a tutto volume invade il sagrato. Come sono lontani i tempi di «All’are splendenti…», quell’inno alla Consolata che tutti sapevano a memoria e che ha nutrito per generazioni la devozione dei torinesi alla sua Patrona.

Una delle massime più care ai teologi e ai santi nella Chiesa cattolica era de Maria numquam satis, di Maria non si dirà mai abbastanza. Da essa si è sviluppato il fiume senza fine della devozione mariana di cui i santuari, le immagini e i simulacri della Madre di Dio sono una visibile testimonianza e che in ogni luogo hanno lasciato mirabili segni di pietà e di arte. Anche se non siamo più al riduzionismo e al minimalismo mariano del post-Concilio, qualche erede di tale corrente, di origine protestante, dove Maria è semplicemente una brava ragazza ebraica ubbidiente e volenterosa per cui ogni suo attributo che si spinga oltre quello della «figlia di Sion» scadrebbe nella mariolatria, ancora resiste.

Così, tanto per rimanere in argomento, l’addetto al santuario della Beata Vergine Maria di Loreto a Groscavallo, don Sergio Messina, classe 1945, ha deciso di spogliare il venerato simulacro della Madonna nera del prezioso manto e della corona con la giustificazione che lui «ama le cose semplici». E poi manti e corone sarebbero residui di un passato trionfalista da «purificare» e, come si sente spesso dire dall’ex vescovo ausiliare, di una fede «ingenua» e non adulta. Naturalmente, la popolazione e i fedeli che ancora frequentano il santuario, dei quali molti sono i discendenti di quei semplici che donarono il prezioso manto, hanno protestato. Ad essi si sono uniti i sindaci della Valle di Lanzo ma non hanno smosso il pervicace rettore poiché il «sensus fidelium» viene riconosciuto solo a chi è «avanzato» e portatore del nuovo. Un bell’esempio di clericalismo, di cui l’assemblea diocesana dovrebbe tenere conto. Il vicario territoriale, don Claudio Pavesio, per tenersi in equilibrio, ha proposto di «rivestire» la statua della Madonna con abiti più semplici, magari – diciamo noi - rispolverando qualche mise anni Settanta.  Comunque, salvo che non intervengano questioni – spesso decisive – di soldi, le cose rimarranno come sono. Pare che l’eco della ridicola pensata del «rivestimento» abbia addirittura raggiunto Santa Marta. L’episodio, in sé minimo, segnala quanto l’ideologia della pseudomodernità e del populismo abbia ormai pervaso certo clero, ignaro anche delle più elementari conoscenze di antropologia e privo di ogni buon senso, mentre appare sempre più evidente come quella «Chiesa di popolo» che, fino a qualche anno fa, secondo il cardinale Camillo Ruini, caratterizzava ancora il nostro Paese, stia a poco a poco scomparendo per lasciare spazio al nulla. 

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