L'emergenza e le tare dello Stato

Il Governo ha deciso di prorogare lo stato di emergenza per permettere di mantenere in piedi la struttura commissariale, far agire con celerità la Protezione civile e poter prendere decisioni in modo rapido. Questa decisione permette di fare alcune riflessioni pragmatiche che esulano dalle discussioni sulla correttezza sul piano del diritto di tale proroga.

Innanzitutto, la prima considerazione da fare è che dopo quasi due anni dall’inizio della pandemia riesce difficile comprendere come si possa essere ancora in emergenza. Non pare che si sia in guerra con distruzioni umane e materiali quotidiane che giustifichino una sospensione delle garanzie democratiche per poter procedere con decisioni rapide e dolorose. All’inizio della pandemia quando si brancolava nel buio lo stato d’emergenza aveva una sua logica, ma a distanza di quasi due anni con circa il 90% della popolazione vaccinata e con dei farmaci sperimentali che promettono di fermare il Covid non si può più considerare un’emergenza. Anche a livello sanitario in circa due anni qualche posto letto e qualche medico in più ci dovrebbero essere, quindi non è facilmente spiegabile la proroga dello stato d’emergenza. Tra l’altro il ritorno ad uno stato normale di cose, che non significa non affrontare la pandemia, sarebbe stato un segnale di ottimismo per i cittadini fiaccati da due anni infernali. Dopo tanto tempo e tanta preparazione dovrebbero essere sufficienti gli strumenti ordinari per affrontare la pandemia. Se questo non è, la conseguenza logica è che la macchina statale non è in grado di affrontare i problemi e da questa considerazione parte un’ulteriore riflessione.

Se la giustificazione dello stato d’emergenza rimane solo la necessità di procedere con decisioni rapide, bisognerebbe che politici e burocrati incominciassero a porsi qualche domanda sulla capacità dello Stato italiano di assolvere i suoi compiti. Se con gli strumenti ordinari non si riesce a procedere con interventi efficaci, sarebbe necessario procedere ad una revisione della macchina statale per costruire una nuova architettura che possa rendere l’intervento dello stato più rapido ed efficace. Questa necessità è sotto gli occhi di tutti: quando si vuole procedere con rapidità per risolvere un problema è necessario abbandonare gli strumenti ordinari. Lo si è visto anche con la ricostruzione del ponte di Genova, dove la felice conclusione dei lavori è stata dovuta all’abbandono degli strumenti ordinari. Tutto questo non dovrebbe far nascere più di qualche dubbio sulle capacità di intervento dello stato?

In uno stato liberaldemocratico, devono esistere pesi e contrappesi all’azione statale per evitare la formazione di un potere monocratico che si giustifica da sé, ma ciò non dovrebbe inficiare un’azione efficace ed efficiente. Purtroppo in Italia pesi e contrappesi non assolvono lo scopo di impedire la formazione di un potere assoluto che risponda solo a sé stesso, ma ad annacquare le responsabilità, in modo che tutti siano un po’ responsabili e quindi nessuno responsabile di una decisione. L’intera macchina burocratica statale è costruita per occultare le responsabilità, in modo che nessun burocrate o politico risulti mai responsabile di un singolo atto. Solo di fronte a dei gravi incidenti si riesce a risalire ai singoli responsabili, e in quei casi permane la sensazione che i singoli siano lì per caso e non che abbiamo preso delle decisioni con cognizione di causa. Il ponte di Genova e la campagna vaccinale testimoniano che le potenzialità per un’azione efficace ci sono, ma sarebbe necessario sfoltire la burocrazia e tornare a dare le responsabilità agli individui eventualmente proteggendolo con delle polizze come succede per i liberi professionisti.

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