Spesa militare, basta con le sparate

Dopo due anni di pandemia e la crisi delle materie prime è arrivata la guerra in Ucraina che ha stravolto integralmente l’orizzonte in cui siamo costretti a vivere. Una conseguenza diretta della guerra è stata inevitabilmente un ripensamento delle spese militari. Senza tanti infingimenti, con un mondo che si pensa più tranquillo è logica conseguenza una trascuratezza del dispositivo militare nazionale, ma con la guerra alle porte di casa non è più accettabile la scarsa attenzione alle forze armate. Per inciso, la guerra in Libia è stata una guerra nel “giardino di casa” italiano e anche lì si è sottostati alla volontà altrui e non solo per mancanza di lungimiranza politica, ma anche per una mancanza di un’adeguata forza armata.

Può dispiacere dirlo, ma l’essenza degli Stati è il monopolio della violenza ed è inevitabile che la mancanza di una forza armata adatta si ripercuota su una debolezza generale. Detto ciò, come giudicare l’incremento delle spese militari? Ovviamente nessuno vorrebbe spendere risorse in armi, ma il mondo non è un’utopia pacifica e i partiti politici qualunque idea perseguano, dovrebbero principalmente mantenere il contatto con la realtà. Non fa piacere che aumentino le spese dello Stato che prima o poi si trasformeranno in tasse, ma di fronte ad una guerra cos’altro si può fare?

Le spese militari hanno la caratteristica di essere una spesa di buona qualità rispetto ad altre spese. Per esempio tutto lo sforzo sulle rinnovabili non rappresenta una buona spesa quando va ad incentivare l’acquisto di pannelli solari prodotti in Cina. Si rischia di incentivare un pericoloso concorrente economico con scarsi benefici per l’industria italiana. Nel caso dell’industria bellica, l’Italia possiede delle eccellenze mondiali, ed un incremento delle spese militari andrebbe a ricadere sulle aziende italiane o al più su qualche azienda di paesi alleati da cui si hanno dei ritorni. Spesso la partecipazione a un programma di sviluppo internazionale nel settore bellico si traduce in commesse di paesi terzi che più che compensa l’investimento nel progetto comune. L’aumento delle spese militari significherebbero ricadute sull’industria nazionale con possibili nuovi posti di lavoro. Aggiungiamo che si tratterebbe di posti di lavoro di qualità formati da ingegneri ed operai specializzati con relativi stipendi. Oltre ciò si andrebbe a sviluppare la ricerca che in Italia latita. La ricerca in ambito bellico ha di frequente ricadute in ambito civile e anche se non è bello dirlo, ma corrisponde a realtà, lo sforzo bellico ha spesso rappresentato un salto scientifico e tecnologico notevole. Questi sono i lati positivi dell’aumento delle spese militari. Certamente tutti ne vorremmo fare a meno, ma almeno possono rappresentare un volano per la ricerca e l’industria italiana.

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