SACRO & PROFANO

Motto e stemma del nuovo vescovo, inizia oggi la "Passione" di Repole

La regia della cerimonia di consacrazione episcopale affidata al fidatissimo don Tomatis. Eccitazione, con qualche preoccupazione, nel "cerchio magico" di San Lorenzo. Dal segretario di Stato Parolin un altolà alle conferenze di Enzo Bianchi

Il grande giorno è dunque arrivato. Oggi pomeriggio, sul sagrato del duomo il nuovo arcivescovo di Torino, monsignor Roberto Repole, riceverà quella che un tempo era definita “consacrazione” episcopale per l’imposizione delle mani del suo predecessore monsignor Cesare Nosiglia, dell’arcivescovo e metropolita di Vercelli monsignor Marco Arnolfo e dell’emerito vescovo di Susa monsignor Alfonso Badini Confalonieri, nonché da uno stuolo di vescovi piemontesi e dalla folta pattuglia degli arzilli e occhiuti emeriti. Dall’organizzazione della celebrazione sono stati estromessi sia l’onnipresente cerimoniere, monsignor Giacomo Martinacci, sia il parroco del duomo, don Carlo Franco: il primo forse sospettato di inclinare alla solennità, il secondo alla sciatteria. Tutto è stato affidato al liturgista don Paolo Tomatis che non mancherà di introdurre varianti e innovazioni al Caeremoniale Episcoporum.

In questi giorni di vigilia, il gruppo dei “boariniani” di San Lorenzo, quello che – con l’aggiunta di pochi altri – costituisce il “cerchio magico” del successore di San Massimo, era in forte eccitazione. Quel sorriso stereotipato – «tutta virtù» – che da sempre li contraddistingue, aveva qualcosa di particolarmente nervoso. Sanno infatti che adesso tocca a loro e sono ben consci che questa volta, se le cose andranno male, non potranno più, come in passato, incolpare il vescovo di turno e le sue scelte pastorali. Lo stesso Repole è apparso comprensibilmente agitato, ben consapevole dell’immane compito lo attende. Un prete della vecchia guardia, incontrandolo, gli ha profetizzato una salita al Calvario e sarà per questo che lo stemma e il motto da lui adottati – che un tempo dovevano simboleggiare il programma dell’episcopato – hanno sorpreso.

Intanto, già aver voluto lo stemma araldico – ricordiamo che i progressisti Sebastiano Dho di Alba e Piergiorgio Debernardi di Pinerolo avevano rifiutato di insignirsi di tale emblema tradizionale – dice che il nuovo vescovo non ha inteso allontanarsi dalla consuetudine e tantomeno adottare i solitislogan pastorali. I tre chiodi della Passione di Cristo sullo scudo richiamano certamente la Sindone torinese, ma rinviano anche alla nozione di sacrificio redentore della Croce, parola e concetti oggi assolutamente ostracizzati. Ancora di più il motto, tratto con libertà dalla lettera ai Galati (2,20) Christus tradidit seipsum pro me, presenta poco prima al versetto 19 la frase Christo confixum sum cruci. Un segnale incoraggiante ed è per questo che l’aspettativa è alta, soprattutto fra il clero, il quale spera che Repole non si faccia troppo condizionare da un passato enfatizzato e stantio e riesca a voltare pagina superando l’autoreferenzialità del gruppo di appartenenza. Lo capiremo presto. Non tanto dalle sue omelie – che dovranno necessariamente pagare un tributo al pensiero dominante e alla vulgata che individua nel vescovo di Torino il campione del conformismo ecclesiale – quanto dalle sue scelte concrete.

Si dice che il nuovo arcivescovo manterrà nel ruolo di segretari quelli già al fianco di Nosiglia, don Mauro Grosso e don Enrico Griffa. Avrebbe invece individuato come segretario “particolare” la figura di un religioso fidato.  Quanto al suo successore sulla cattedra di ecclesiologia, lo stesso Repole avrebbe invece già designato il prete albese don Gianluca Zurra, classe 1976, ordinato nel 2000, docente presso lo Studio di Fossano e attualmente assistente nazionale del settore giovani dell’Azione Cattolica. Egli, che ha anche avuto un’esperienza di parroco in piccole comunità, riproporrà, in forme più esplicite,  la stessa linea del predecessore, quella di una Chiesa di tipo mistico-esistenzialista piuttosto equivoca sul ruolo, ad esempio, della gerarchia ecclesiastica e sui sacramenti, per non parlare del difficile problema dell’appartenenza alla Chiesa presentata non più come l’Una, Santa, Cattolica ed Apostolica ma come una vaga ombra poeticamente abbellita da archeologismi neotestamentari  in cui l’azione dei membri della Chiesa è posta sotto l’ottica esistenzialistica dell’annuncio qui ed ora e non più nell’ottica dell’adunatio hominum. Insomma, eiusdem furfuris.

L’editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco in un suo recentissimo libro ricostruisce la clamorosa vicenda che nel 2017 portò alle dimissioni il capo della comunicazione vaticana, monsignor Dario Viganò, per aver occultato una lettera del papa emerito Benedetto in cui si rifiutava di leggere undici «libretti» di teologi, tesi a celebrare la continuità dei due pontificati, ove figuravano, fra gli altri, alcuni dei suoi avversari d’antica data. La vicenda, secondo Franco – che getta un riflesso di luce anche su Torino – avrebbe segnato una divaricazione non più sanata tra il papa regnante e Benedetto. Ma chi era il curatore degli undici libretti, oltre che l’autore di uno di essi? Un certo don Roberto Repole.

Una lettera del segretario di Stato cardinale Pietro Parolin indirizzata ai vescovi italiani, li esorterebbe a non invitare nelle diocesi come conferenziere o predicatore l’ex priore di Bose Enzo Bianchi, colpevole non di deviazioni dottrinali o eterodosse – queste non rappresentano mai un problema – ma di comportamenti dei quali non si precisa in alcun modo la natura. Un trattamento pesante, di solito riservato senza riguardo e diffusamente contro i tradizionalisti, ma che stupisce non poco nei confronti di colui che fino a ieri era l’icona del progressismo, conteso da cardinali, vescovi, seminari, comunità religiose ed editrici cattoliche per nulla dissuasi dai suoi “onorari” piuttosto salati. Il provvedimento, anche da chi non ha mai avuto simpatia per le posizioni di fratel Enzo, non può comunque che lasciare sconcertati. Sicuramente, il neo-arcivescovo Repole, si guarderà bene dall’invitarlo ufficialmente mentre è da segnalare che l’ex priore giovedì prossimo presenterà al Circolo dei lettori il pamphlet “Lo scisma emerso. Conflitti, lacerazioni e silenzi nella Chiesa del Terzo Millennio”scritto dal giornalista Francesco Antonioli e dalla teologa, assai apprezzata a San Lorenzo, Laura Verrani, in cui, partendo dalle cosiddette “vocazioni forzate”, si traccia – secondo l’ottica progressista – un quadro piuttosto desolante della diocesi di Torino. 

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