CRISI DI GOVERNO

La caduta di Draghi azzoppa la Sanità

Dal "disbrigo degli affari correnti" restano fuori provvedimenti importanti. Bloccato il riparto dei fondi per le Regioni, stop alla riforma dei medici di famiglia. Nessun rialzo dei tetti di spesa per il personale. In corso Regina ammettono: "Stiamo andando a rotoli"

C’è chi esulta postando l’immagine di Roberto Speranza immaginandolo a fare gli scatoloni e chi ringrazia il ministro della Salute per quel che ha fatto nei due anni e più della pandemia. Ma non è tanto il destino del parlamentare di LeU a preoccupare dopo la salita al Colle di Mario Draghi. Dal disbrigo degli affari correnti, formula in cui vengono compresi quegli atti che l’esecutivo può compiere anche se ormai dimissionario, restano fuori molti e importanti provvedimenti che riguardano la sanità. Le conseguenze, tutte negative, non ci vorrà molto per vederle e subirle. 

In un ordine che non è né cronologico, né di rilevanza giacché sarebbe arduo stilare una classifica di importante per questioni spesso legate l’una all’altra e tutte foriere di ripercussioni sia sulla gestione del sistema sanitario nelle Regioni, sia sugli operatori della sanità così come, non certo da ultimo, sui cittadini. Il riparto del fondo nazionale, per esempio. Bloccato da mesi per un minacciato ricorso da parte de governatore della Campania Vincenzo De Luca era passato dalla Conferenza delle Regioni direttamente al Mef che nelle prossime settimane avrebbe dovuto stabilire la quota di risorse finanziarie da assegnare a ciascuna regione.

Un intervento quello del ministero che seppur richiesto dalle stesse Regioni per superare l’impasse risulta “anomalo” rispetto alla prassi consolidata e pertanto difficilmente assimilabile agli affari correnti. Che sia questione non solo importante, ma vitale per le Regioni lo dice il fatto che quei soldi, per il Piemonte circa l’8% del totale nazionale e quindi qualcosa come 350 milioni, sono l’ossigeno senza il quale il sistema sanitario non può vivere.

Bloccato anche il decreto Tariffe, atteso da cinque anni, predisposto in bozza, ma congelato pure quello dalla crisi e chissà quando tutto il sistema dei valori di spesa delle prestazioni potrà essere completato, rispettando così quanto previsto dalla normativa sui Lea, i livelli essensiali di assistenza. La fine anticipata della legislatura tra le innumerevoli ricadute negative finisce anche per coinvolgere, stoppandola, l’attesa riforma dei medici di famiglia – con nuove competenze, diversi inquadramenti e riconoscimenti economici, in quell’altrettanto attesa riforma della medicina del territorio – tirandosi a fondo lo stesso decreto 77, uno dei capisaldi della sanità post-emergenza Covid, di cui è parte integrante. Un’altra norma, il decreto 70, resta ferma e così non si potrà procedere neppure sul versante della modifica degli standard ospedalieri. Vittima della crisi e della corsa al voto anticipato pure la nuova convenzione con le farmacie e la revisione del payback sui dispositivi medici, ovvero un parziale rimborso alla Regioni da parte delle aziende fornitrici, insomma soldi che non arriveranno. 

Si dovrà aspettare la prossima legislatura, il prossimo governo con tanto di rodaggio per riprendere la questione della riforma per il riordino degli Irccs, gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (il Piemonte ne ha in ipotesi due, uno al Regina Margherita l’altro all’ospedale di Alessandria). A finire nel cassetto del prossimo ministro c’è il rinnovo dei contratto per i dirigenti medici, ma anche l’innalzamento dei tetti di spesa per tutto il personale sanitario, misura ritenuta estremamente importante per far fronte alla carenza di organici sia negli ospedali, sia a livello territoriale.

In ballo c’è, inoltre, la riforma dell’Aifa, l’Agenzia nazionale del Farmaco e e la stessa riorganizzazione del ministero che, appena poche settimane fa, ha visto lasciare il suo posto  di direttore generale della Programmazione Andrea Urbani (referente principale delle Regioni) per andare, come amministratore delegato, al San Raffaele di Milano. E così, mentre chi ha “mandato a casa Draghi” s’affanna a preparare la campagna elettorale, anche dallo stesso versante politico coloro che governano le Regioni, come capita in Piemonte, si trovano a dover fare i conti, per i prossimi mesi, con una sanità azzoppata, stavolta non dal Covid ma da chi ha decretato in anticipo la fine della legislatura. Guardando alla politica dei partiti (artefici della fine del governo)i, fa specie, ma non stupisce che nei piani alti di corso Regina, sede dell'assessorato di Luigi Icardi, si ammetta con molta preoccupazione che “stiamo andando a rotoli”. 

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