PRIMARIE

“Fo’ quello che sognava Chiamparino”

Unico politico a ricevere l'omaggio pubblico di Renzi. Tra i due grande feeling. Anche se l'ex sindaco era in campagna si è tenuto costantemente informato di quanto succedeva al PalaOlimpico

L’ha omaggiato in apertura del suo discorso, assegnandogli il merito di aver cambiato Torino, città che «ha avuto il coraggio di investire in cultura». Come previsto, Sergio Chiamparino ha disertato la convention del PalaOlimpico, ma all’ex sindaco “più amato dagli italiani Matteo Renzi ha voluto comunque riservare un attestato pubblico, l’unico – almeno nell’attuale gruppo dirigente del Pd – a cui riconosce qualche titolo per parlare di rinnovamento: insomma, se non un padre nobile della “rottamazione”, una sorta di antesignano delle odierne posizioni del Pierino dell’Arno. “Fo’ quello che avresti potuto fare te”, è la convinzione che anima i rapporti più che cordiali tra i due, un feeling culminato, giusto un anno fa, nella partecipazione di Chiamparino alla Leopolda. L’ultima volta che si sono visti è stato venerdì scorso a Bologna, a margine dell’assemblea dell’Anci e se, per ragioni di opportunità, Chiamparino si è tenuto alla larga dal catino di corso Sebastopoli (ha trascorso la domenica con alcuni amici, tra cui il fido Carlo Bongiovanni, in campagna, nel Biellese), il suo inner circle era invece in prima fila: dall’ex assessore comunale Elda Tessore al vicepresidente della Regione Paolo Peveraro. Che Chiamparino sia, almeno in città, un brand un tantino offuscato – non tanto a causa del ritiro dorato in Compagnia di San Paolo, quanto piuttosto dalla caterva di debiti lasciati a Palazzo Civico – evidentemente sembra non preoccupare più di tanto Renzi.

 

È stato bravo (o ben consigliato), il Rottamatore, anche nella sua veloce incursione nella panoplia sabauda, citando Gobetti (“Bisogna amare l’Italia con orgoglio da europei”) e cavandosela pure egregiamente su Marchionne e la Fiat, tema piuttosto spinoso a Torino. «Qualora noi dovessimo assumere la responsabilità di governo ci relazioneremo con la Fiat per quello che la Fiat è, una delle più grandi aziende di questo paese, un punto di riferimento per mille motivi, in mille settori vitali della nostra economia, sperando che la crisi che sta vivendo l’industria dell’auto possa rapidamente cambiare segno». E sulle recenti stilettate polemiche con l’ad del Lingotto ha agitato il ramoscello d’ulivo: «Le frecciatine vanno e vengono, credo che Marchionne abbia fatto un errore ad attaccare Firenze, avrebbe dovuto attaccare soltanto me. Penso che se ne sia accorto subito quando ha cercato di fare marcia indietro». Più importante è il ruolo dell’impresa, e della grande impresa: «Marchionne  ha posto dei problemi rispetto a quello che abbiamo detto, cioè sul fatto che a nostro giudizio occorre uscire dalla logica che ha animato gran parte di questo paese, cioè di un eccesso di sussidi e contributi a cui non ha corrisposto un impegno industriale altrettanto soddisfacente».

 

Mostrando una notevole abilità oratoria ha illustrato il profilo della sua “nuova sinistra”. «Vogliamo una sinistra che non ha paura – ha spiegato -, ma vuole affrontare il futuro a testa alta, senza angoscia. La sinistra che vogliamo è la sinistra del coraggio, quella che decide e che è disposta anche a sbagliare». Ma non accetta lezioni di moralità, neppure a proposito delle sue frequentazioni con finanzieri, come Davide Serra, per le attività svolte alle Cayman. «Scusate – ha detto con una battuta -, sono arrivato in ritardo perché avevo un aereo dalle Cayman… Questa sinistra è ossessionata dal denaro. La sinistra dovrebbe far ridere i poveri e non far piangere i ricchi». Poi l’affondo al segretario Bersani: «Faremo lo stesso le primarie, qualsiasi regola ci mettano. È più bello vincere con le regole degli altri. Non abbiamo paura delle nuove regole, a noi non fanno male, ma fanno male a te, caro segretario, perché cambiando le regole hai messo le condizioni di poter dire che queste primarie sono ispirate dalla vostra paura e non dal nostro coraggio».

 

Se perderà Renzi non intende fondare alcun nuovo partito, né pretendere “premi di consolazione”, facendo il ministro o il sottosegretario: «Se perderemo, non scateneremo alcuna guerra. Non abbiamo niente da chiedere e molto da dare. Quando mi chiedono: farai un tuo partito, se perdessi? Io rispondo: Ma stiamo scherzando. Quando si perde non si scappa col pallone sotto il braccio. Si può perdere, ma non si può perdere la faccia». Una cosa è certa, ha poi detto in tv a Lucia Annunziata: «Il mio Pd arriva al 40%, il loro Pd al 25 per cento».

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