Sanità: la panacea si chiama mercato

Ohibò. È davvero un piacere quando, come ci è capitato ieri, ti metti a leggere i giornali pronto alla dose quotidiana di cattive notizie sull'economia, e invece ne trovi a sorpresa una bellissima. È ancora più un piacere quando questa notizia sta lì a dimostrare che hai ragione. Questa la sensazione avuta leggendo un recente reportage su Examina, centro medico 100% privato in grado di offrire visite specialistiche di qualità a prezzi super-competitivi e con tempi d'attesa molto brevi.

 

Noi einauditi ci sforziamo di denunciare, settimana dopo settimana, i fallimenti dello stato (in realtà servirebbe un articolo al giorno). Ma siamo molto più contenti quando lo stato onnipresente si dimentica di opprimerci e lascia qualche spazio all'iniziativa privata, la quale sistematicamente germoglia e produce frutti straordinari, che noi possiamo poi raccontare qui con orgoglio. È questo il caso di Examina, che con una semplicità disarmante dimostra che i 10 miliardi di buco sanitario della Regione Piemonte, per di più con liste d'attesa che si allungano e qualità non sempre ottimale, si potevano evitare, se soltanto non avessimo lasciato la cura della nostra salute nelle mani dei politici.

 

Il mercato, il privato, la concorrenza, con questo esempio di impresa di successo, smontano d' un sol colpo tutti i refrain luogocomunisti per cui, senza l'intervento dello stato, potrebbero curarsi solo  i ricchi: balle, colossali balle. Se una singola azienda riesce a praticare questi prezzi nonostante la presenza ancora fortissima dello stato, figuriamoci quanto potrebbero ancora scendere i prezzi se solo aprissimo di più alla concorrenza.

 

Gli stessi fondatori di Examina non sono certamente dei turbocapitalisti impenitenti come noi einauditi: sono semplicemente persone con competenza e professionalità riconosciute, che hanno scorto un bisogno, hanno ritenuto che gli operatori esistenti non rispondessero in modo soddisfacente a quel bisogno, e si sono attivati per soddisfarlo meglio. E sono andati a scegliersi un target di popolazione non dal portafoglio gonfio, con i quali sarebbe stato relativamente più facile fare utili: no, si sono rivolti a chi di soldi in portafoglio ne ha relativamente pochi, e hanno messo in piedi una struttura sostenibile, e che anzi produce profitto (orrore: speculano sulla salute dei malati, direbbe qualche comunista), riuscendo comunque ad offrire loro prestazioni mediche di qualità.

 

Questo è il mercato: una soluzione win-win. Vince infatti l'imprenditore, che trae un guadagno se opera bene; e vince il cliente, che viene soddisfatto. E il fatto è che non c'è miglior sistema di questo per soddisfare il cliente: nulla meglio del mercato è in grado di intercettare i suoi bisogni e soddisfarli al costo minore.

 

Un'ulteriore conferma di quanto andiamo dicendo emerge dall'osservazione di come è cresciuta negli ultimi anni la struttura dei costi della sanità a livello nazionale: come ha spiegato mercoledì Lucia Quaglino su Chicago-blog, un recente studio della Fondazione Farmafactoring ha mostrato che «mentre la spesa relativa ai servizi sanitari (farmaci, visite specialistiche e ricoveri ospedalieri) in termini correnti è rimasta stabile, quella complessiva (che include anche i costi di struttura e gestione), è continuamente aumentata». Ciò significa che il problema della sanità e dei suoi costi per le tasche dei contribuenti sta nel modo in cui viene gestita, e voglio vedere se c'è qualcuno che nega che essa venga gestita, in via diretta e indiretta, dalla politica.

 

Guarda caso, metti la cosa in mano a privati (ma privati veri, totali, non in regime di convenzione) come Examina, che gestiscono secondo regole, logiche e incentivi che sono quelli del privato e non dell'amministrazione pubblica, e ti ritrovi con prestazioni di alto livello a prezzi più che accessibili.

 

L'obiettivo, allora, per tutti coloro che, anche se non appartengono alla mefistofelica setta liberista come noi, vogliono fare qualcosa per evitare il default della Regione come dello stato, dovrebbe essere reclamare che il settore pubblico consenta anche solo un po' di concorrenza in più: da un lato, rimuovendo barriere burocratico-fiscali, che non sono mai uno scherzo; dall'altro, smettendo di fare concorrenza sleale finanziando con la fiscalità generale le attività che gestisce in proprio, e mettendosi in gioco, facendo pagare il prezzo reale delle proprie prestazioni.

 

Per chi non se le può permettere, va da sé, prevediamo tutti gli aiuti del caso: ma se le persone si trovassero a pagare molte meno imposte generaliste e venissero piuttosto abituate a pagare tariffe per le singole prestazioni che ricevono (come invocava pure Umberto Veronesi mercoledì in un editoriale che su questo riteniamo condivisibile), avrebbero molta più facilità nel comparare il valore delle diverse offerte. E il settore pubblico, finché non ci convinceremo che ha difetti intrinseci e occorre ridurlo comunque, sarà nel frattempo costretto a diventare più efficiente, per non perdere d'un colpo tutti i clienti a favore di un privato che gli fa mangiare la polvere. E magari riusciremo con questo a salvarci dal default. Se il default arriva, infatti, prima che il privato abbia tempo di organizzarsi, guai ad ammalarti se non hai tanti soldi. Per fortuna, la terapia c'è, e si chiama concorrenza, mercato, libertà d'iniziativa.

 

Cose inaudite.

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