LA SACRA RUOTA

Auto, verso lo sciopero dei padroni. Ma Torino frena: "Una provocazione"

Da Cassino l'idea di una manifestazione "rivolta a tutti i partiti" per dire "O si cambia o chiudiamo". Anche il presidente di Confindustria suona l'allarme e invoca la "neutralità tecnologica". Poco convinti della "piazzata" in via Fanti

In piazza per l’industria dell’auto. A oltre quarant’anni dalla celebre marcia che a Torino vide sfilare 40mila tra quadri intermedi, impiegati e cittadini per “liberare” la Fiat dalle catene ideologiche pansindacali, a promuovere una clamorosa iniziativa di protesta rivolta «a tutti i partiti» potrebbero essere gli imprenditori del settore: «Una manifestazione dove si va a dire: o cambiate lo scenario o vi diamo le chiavi delle aziende: leviamoci dalla testa l'idea che il sistema si salva, così il sistema crolla». A lanciarla è il presidente di Unindustria Cassino, Francesco Borgomeo. In un’intervista all’Ansa sollecita «strumenti straordinari» per la transizione, e avverte: lo stop alla Cig a fine anno «sarà lo scacco matto, al 31 dicembre si chiudono le aziende». Da qui la decisione di passare all’azione: «Chiederò a tutte le territoriali dove ci sono fabbriche e filiere automotive di fare una grande mobilitazione degli imprenditori».

Una iniziativa che ha colto molti di sorpresa e che pure a Torino viene accolta con una certa freddezza. Da via Fanti, quartier generale dell’Unione industriali guidata da Marco Gay si parla di una «provocazione positiva di cui condividiamo l’utilità» ma allo stesso tempo si avanzano delle riserve sui modi. Orfana di Stellantis, che dai tempi di Sergio Marchionne non aderisce più all’organizzazione confindustriale, la territoriale subalpina pare più propensa a intensificare interlocuzioni istituzionali e azioni di lobbying piuttosto che a dar vita a iniziative eclatanti «fine a sé stesse».

Più battagliero il fronte romano. «Faremo una manifestazione pubblica, forte, degli imprenditori che diranno: o le regole le condividiamo o, capite, queste sono le chiavi delle imprese. Ve le portiamo perché tanto qui non c’è più prospettiva». Con Unindustria del Lazio, dove è forte la filiera dell’automotive, e da Cassino dove preoccupa il rallentamento della produzione di Stellantis come per gli stabilimenti in altre regioni, Borgomeo rilancia l’allarme della filiera dell’automotive: «La crisi del mercato dell’auto che è registrata anche da Stellantis» con gli ultimi dati sulla produzione, «il segnale di Volkswagen che chiude stabilimenti in casa», la ripresa degli stabilimenti Stellantis a settembre «è sicuramente più lenta: sappiamo che il numero di vetture prodotte è bassissimo».

Lo scenario da cambiare è quello «ideologico» che in Europa «ha determinato una crisi in un settore industriale rilevantissimo», per lo stop al motore endotermico dal 2035 e l’obbligo di euro 7 per le immatricolazioni da luglio 2025. «Come disse Marchionne noi siamo pronti a costruire una transizione verso le auto elettriche ma deve esserci una effettiva produzione di energia da fonti rinnovabili, altrimenti è tutto finto. È una truffa perché parliamo comunque di energia da fossile». Ed il prezzo «industriale, sociale, economico» è altissimo. Concetto su cui si è soffermato anche il presidente di Confindustria Emanuele Orsini: «La chiusura in Sassonia di due stabilimenti della Volkswagen, fatto che non è mai accaduto, vuol dire che forse le scelte fatte fino a oggi non sono andate nella via giusta», ha detto il numero uno di Viale dell’Astronomia sul palco di Farete, la fiera degli imprenditori, in corso a Bologna. Orsini ha affrontato il tema del provvedimento europeo che ferma l’endotermico dal 2035. Un provvedimento che «preoccupa anche in ottica italiana, dove abbiamo una filiera di 70mila persone» sottolinea. «Non possiamo pensare oggi che la trasformazione di tutte le macchine a motore da endotermico a elettrico sia la via. L’abbiamo detto in tutti i modi. La salvaguardia dei know how dei Paesi è fondamentale, noi dobbiamo lavorare per la neutralità tecnologica. In questo modo si salvaguardano pezzi di filiera fondamentali dei vari Paesi». Oggi in Italia abbiamo 42 milioni di veicoli, di cui solo 7 milioni sono euro 6 e 7. «Abbiamo la grande possibilità di operare la trasformazione di quelli che sono vecchi. Dobbiamo ragionare su misure a sostegno dell’auto, che devono supportare la produzione di macchine europee, ancora meglio italiane, e di utilizzo della nostra filiera».

«Il sistema crolla». L’appello è alla politica, gli industriali lo lanciano in Italia «da tutti i Comuni e le Regioni dove ci sono stabilimenti auto e imprese della filiera», e puntano ad allargarlo in Europa «per rivolgersi a Bruxelles» coinvolgendo le imprese dei Paesi dove la filiera è più forte. Borgomeo spiega: «La nostra proposta è molto semplice. Noi vogliamo che al 2035 tutto il parco auto europeo sia almeno euro 6: porterebbe un miglioramento enorme dal punto di vista delle emissioni e più sicurezza mantenendo in vita una filiera e le fabbriche che nel frattempo si orienteranno verso altro». Al contrario, con lo stop al motore endotermico «si venderanno solo macchine elettriche ma ci sarà un parco auto che avrà trent’anni, ammazzando l’industria e danneggiando anche i consumatori».

Gli industriali chiedono poi «al Governo strumenti straordinari per gestire una transizione che ci sarà comunque, anche se riuscissimo a rallentarla o a modificarla. Anche con una transizione più “intelligente” non ci sarà capienza per l’attuale filiera dell’automotive, dovranno diversificare. Serve la cassa integrazione che a fine anno non ci sarà più: abbiamo bisogno di tempo, non possiamo permetterci crisi e perdita di competenze. Servono centri di ricerca e sviluppo per favorire un cambiamento di processo produttivo e di prodotto e quindi mi serve fare ricerca e sviluppo. E servono risorse evidentemente perché serviranno degli investimenti. Per la filiera tutto questo è cruciale».

Bene il modello Zes al Sud ma «la filiera è trasversale rispetto ai territori». C’è il tavolo per l’automotive voluto dal ministro Adolfo Urso al Mimit, c’è fiducia? «Qualunque iniziativa è ben accetta. La preoccupazione qual è? È evidente: se pensiamo che le case automobilistiche debbano fare qualcosa che è contrario al mercato, allora non lo faranno». Il ragionamento degli industriali coinvolge la stessa politica perché – evidenzia Borgomeo – «una crisi industriale così pesante non impatta solo sull’economia e sui risvolti sociali ma anche sulla politica stessa: le conseguenze del non guardare con attenzione, del non fermarsi a riflettere, saranno anche di tipo politico perché nella politica aprono spazi a estremismi che si candidano a governare: è frutto del disinteresse verso le scelte industriali. È quello, per esempio, che sta accadendo in Germania». La politica industriale «è un problema di sopravvivenza anche per la politica».

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