POLITICA & SANITÀ

Sanità, Regioni divise sulle tariffe. Schillaci anestetizza l'autonomia

Ancora ostacoli verso l'introduzione del nuovo nomenclatore atteso da 9 anni. Rivisti i costi delle prestazioni erogate dal privato accreditato. Lombardia sulle barricate contro il divieto di contrattazioni autonome. Le ripercussioni sulle liste d'attesa

Partita complicata e dell’esito incerto quella che si sta giocando tra Regioni e Governo sul nuovo tariffario per le prestazioni erogate dalla sanità privata accreditata. Anche, però, un eloquente anticipo di quel che potrebbe accadere sul terreno dell’autonomia regionale rafforzata non solo tra Nord e Sud, ma non di meno all’interno dello stesso centrodestra.

Insomma, non mancano affatto i motivi per cui guardare con attenzione a quel che succederà domani nella riunione degli assessori alla Sanità in Conferenza delle Regioni, presieduta dal vicecoordinatore vicario, il piemontese Federico Riboldi, e nel successivo tavolo tecnico convocato dal ministero. Dopo quasi otto anni di attesa e innumerevoli rinvii l’interminabile elenco delle prestazioni sanitarie – dall’ambulatoriale alla protesica, dalla specialistica ai ricoveri – con la cifra definita per ciascuna di esse parrebbe finalmente in dirittura di arrivo, tanto che il Governo nella bozza di decreto avrebbe addirittura anticipato dal primo gennaio 2025 al prossimo primo dicembre l’entrata in vigore. Il condizionale, tuttavia, è più che mai d’obbligo visti i fronti aperti e i probabili relativi ostacoli. 

C’è l’esecutivo, in particolare il Mef che preme per un rispetto del cronoprogramma senza ulteriori intoppi, arrivando a paventare in caso contrario non solo la mancata erogazione di 698 milioni nell’ambito del riparto del fondo sanitario nazionale destinati all’entrata in vigore del nuovo tariffario, ma addirittura la restituzione della somma erogata per l’anno in corso. Un argomento, senza dubbio, convincente per le Regioni se si considera che solo al Piemonte suppergiù di quella cifra spettano circa una cinquantina di milioni. 

Ma ci sono, appunto, le Regioni che nonostante il ritardo di quasi un decennio appaiono non del tutto convinte del nuovo strumento dal quale, peraltro, dipende anche l’entrata in vigore degli altrettanto attesi nuovi Lea, i livelli essenziali di assistenza. Una parte dei rialzi delle tariffe richiesti ci sono stati, ma Orazio Schillaci d’intesa con Giancarlo Giorgetti e certamente col placet di Palazzo Chigi ha fatto di più, ha cancellato la possibilità che le Regioni fino ad ora avevano di aumentare alcune tariffe del nomenclatore. Una tagliola che non è affatto piaciuta, in primis, alla Lombardia che forte della maggior presenza di strutture private e della sua attrattività rispetto ad altri territori vanta da anni il record di mobilità attiva. 

E proprio sui flussi da una regione all’altra di pazienti può giocare un ruolo importante la pur contestata decisione del Governo che sembra andare in direzione opposta alla spinta verso una maggiore autonomia con la legge scritta da Roberto Calderoli e difesa a spada tratta dalla Lega, non certo altrettanto da Fratelli d’Italia, il partito di Schillaci. E a proposito di migrazioni di pazienti, basti pensare che se, come accade, la Lombardia fissa una tariffa più alta, poniamo per un’ecografia, rispetto a quella del Piemonte, quest’ultima regione pagherà di più per quei suoi pazienti che vanno a curarsi Oltreticino. Differenze e rivendicazioni vanno, ovviamente, da Nord a Sud con neppure tanto sullo sfondo le liste d’attesa la cui riduzione in parte importante dipende proprio dalla quantità di prestazioni fornite dal privato accreditato. E ci sono, nella partita, ovviamente anche loro i privati che in più riprese avevano chiesto di rivedere al rialzo tutta una serie di prestazioni non senza ragioni, visto che le tariffe per la specialistica ambulatoriale sono ferme al 1996 e a tre anni dopo per la protesica. 

Per dare l’idea della vetustà dell’attuale nomenclatore basterebbe notare come in quello nuovo, per l’ambulatoriale, si passa dalle 1.702 prestazioni del 1996 alle attuali 2.108 e fronte di nuove prestazioni tecnologicamente avanzate ne vengono escluse di ormai obsolete. Procedure diagnostiche e terapeutiche, considerate nel 1996 quasi sperimentali o eseguibili solo in regime di ricovero, oggi sono entrate nella pratica clinica corrente e possono essere erogate, appunto, in ambito ambulatoriale.

Sulla necessità di un profondo aggiornamento nessuno pone dubbi, che si moltiplicano invece sulle modalità usate per costruire il nuovo strumento e sulle sue ricadute, interpretate in maniera diversa da Regione a Regione con interessi spesso conflittuali e pure con riflessi e segnali che interessano direttamente la politica, com’è il caso della decisa centralizzazione circa il, non a caso contestato dalla Lombardia, divieto di manovre “indipendenti” di ciascun sistema sanitario regionale. Una decisione che suona a dir poco stridente con la prospettiva dell’autonomia. O forse come un segnale molto chiaro.

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