POLITICA & SANITÀ

Pronto soccorso anche ai privati.
Sì del Governo, no del Piemonte

Confermata la possibilità di affidarsi alle strutture accreditate per l'emergenza-urgenza. In Lombardia sono il 29%. Le prescrizioni del sottosegretario Gemmato (FdI) sui servizi a pagamento. Stop dell'assessore meloniano Riboldi: "Primazia del pubblico"

Pronto soccorso anche alla sanità privata, ma solo se accreditata. Quello che arriva dal Governo, dunque, è un sì al superamento del monopolio pubblico dell’emergenza, sia pure contenuto in un confine ben delimitato e, comunque, con la decisione che resta in capo a ogni singola regione. Per contro, non si possono definire Pronto soccorso, tantomeno indurre i pazienti a ritenere tali, quei servizi forniti da strutture private che di fronte al crescente ingolfamento delle prime linee degli ospedali stanno nascendo con sempre maggiore frequenza, offrendo prestazioni a pagamento in tempi rapidi. L’occasione per il ministero della Salute di fare ulteriore chiarezza sulla questione è arrivata con la risposta del sottosegretario Marcello Gemmato, di Fratelli d’Italia, a un’interrogazione del deputato del M5s Andrea Quartini. "Il coinvolgimento di strutture private nell'erogazione di prestazioni di pronto soccorso può considerarsi legittimo – ha spiegato il sottosegretario in commissione Affari Sociali della Camera – solo nella misura in cui dette strutture risultino accreditate e correttamente inserite nella rete dell'emergenza-urgenza secondo le indicazioni della programmazione regionale, nonché in coerenza con i requisiti e gli standard di livello nazionale”.

Che poi ciò non è altro di diverso da quello che, da anni, accade in Lombardia e in alcune altre regioni i cui sistemi sanitari fanno conto sull’apporto della sanità privata accreditata anche per quanto riguarda l’emergenza. Anzi, la Lombardia ha spesso posto come condizione per l’accreditamento, ovvero l’erogazione da parte delle strutture provate di prestazioni pagate dal pubblico, proprio la garanzia di avere anche i Pronto soccorso. Tant’è che come riferito dallo stesso Gemmato la sanità lombarda annovera ad oggi, 97 strutture tra Pronto Soccorso e Dea di primo e secondo livello, il 29 percento delle quali è rappresentato da Pronto soccorso del privato accreditato.

Soluzione diversa, ma che vede sempre un coinvolgimento della sanità privata sul fronte dell’emergenza, quella prevista dalla Sicilia dove le Asl possono stipulare accordi con le strutture accreditate per trasferimenti diretti dai dea alle cliniche, ovviamente con il consenso dei pazienti. Ma se al Nord non c’è solo la Lombardia (anche il Veneto e l’Emilia-Romagna) ad avere Pronto soccorso nelle strutture accreditate il muro contro questa apertura resiste in Piemonte, dove le uniche eccezioni sono conseguenze di scelte diverse. È il caso del Gradenigo che, passando dalla mano pubblica a quella privata, ha conservato il Pronto soccorso. Più recente è la vicenda legata all’ospedale di Tortona, la cui gestione è stata affidata a un raggruppamento di imprese. La disponibilità dei privati a fornire anche l’emergenza, in quelle strutture che ne abbiano le caratteristiche, non manca da tempo. 

Ancora nell’assemblea dell’Aiop lo scorso anno, il presidente regionale dell’associazione della sanità privata, Giancarlo Perla, l’aveva ribadito alla Regione che già nella scorsa legislatura aveva sempre evitato di assumere una decisione, seppure segnali di apertura erano giunti dallo stesso presidente Alberto Cirio e l’allora assessore, il leghista Luigi Icardi, non aveva posto preclusioni ideologiche. Anzi, già con la campagna elettorale alle porte aveva dichiarato che “è importante potenziare la capacità di risposta della rete di emergenza-urgenza con l’attivazione di un nuovo pronto soccorso convenzionato a Torino, per cui quest’estate sarà predisposto un bando”. A giugni si è votato è del bando non s ene è più parlato. Intanto, di tenore opposto le posizioni del Pd e del principale sindacato dei medici ospedalieri, l’Anaao-Assomed, entrambi pronti alle barricate.

Nessuna preclusione pregiudiziale da colui che fino a pochi giorni fa ha presieduto la Società italiana di medicina di emergenza e urgenza, Fabio De Iaco, direttore del Dea del Maria Vittoria di Torino. “L’idea in sé non è affatto da bocciare, ci sono esempi – aveva ricordato l’allora presidente di Simeu - in cui l’emergenza-urgenza viene svolta in maniera eccezionale da strutture private. Non mancano esempi a Roma, così come in Lombardia e lo stesso Gradenigo a Torino lavora molto bene. L’approccio non dev’essere assolutamente ideologico ma ritengo indispensabile tutta una serie di garanzie da parte dei privati che dovrebbero essere assicurate, a partire da quel ruolo che del Pronto Soccorso che spesso rasenta l’aspetto sociale”.

Il tema era tornato oggetto di discussione ancora nei mesi scorsi, poco dopo l’insediamento della nuova giunta regionale del Piemonte quando il neoassessore alla Sanità Federico Riboldi, di Fdi, ospite della Festa dell’Unità aveva espresso, senza giri di parole la sua contrarietà mettendo una pietra tombale sull’ipotesi. “Vengo dalla destra sociale, credo della primazia del pubblico e i Pronto Soccorso ai privati non sono una priorità di questo assessorato”. Anche se il governo guidato dalla leader del suo partito non dice no.

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