Il vizio di rappresentare tutti

C’è un vizio che perdura nella politica italiana malgrado il rapido cambiamento dei tempi e il cambiamento, quasi radicale, del contesto politico. E il vizio è quello di alcuni politici di voler continuare a rappresentare ed esaurire, con la propria esperienza, l’intera area di riferimento. È il caso, nello specifico, di alcuni cattolici impegnati in politica. Ma la stessa tentazione lambisce la sinistra e la stessa destra. Ovvero, sono io con il mio partito, con il mio movimento e con la mia esperienza a rappresentare in modo più autentico, più coerente e più lungimirante quel pensiero politico e quella tradizione culturale.

Per fare un esempio concreto e attuale, “la discesa/non discesa in campo” – non si è ancora ben capito cosa farà – dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini ha già segnato, nella vulgata generale, il ritorno dei cattolici politica. Come se ciò che resta dell’area cattolica italiana più sensibile alla politica e all’impegno pubblico si riconoscesse in modo esclusivo e quasi totalizzante in questo “civil servant” che sino ad oggi ha ricoperto grandi e straordinari incarichi nella pubblica amministrazione e poco altro. Una opinione ovviamente legittima ma del tutto virtuale anche perché i cattolici, come ben sappiamo, sono disseminati lungo tutto l’arco dello schieramento politico italiano e non sono affatto riconducibili alla sola alleanza di sinistra e progressista.

Eppure, questo vizio non è affatto nuovo e né inedito. Esisteva già ai tempi della Democrazia Cristiana dove c’erano esponenti – come, ad esempio, lo statista Oscar Luigi Scalfaro e anche molti intellettuali cattolici – che pensavano di essere gli interpreti più veri e più autentici della tradizione del cattolicesimo politico italiano. Una tendenza che è si è rivelata assai frequente anche nella concreta esperienza del Pd dove c’erano e ci sono Popolari che convintamente e in buona fede si ritengono depositari esclusivi del pensiero e della tradizione del cattolicesimo democratico e popolare italiano. Un auto convincimento che, come ovvio e persin scontato, esiste solo nella mente di chi lo sostiene e lo teorizza. Ma lo stesso vizio lo possiamo riscontrare anche nel campo della sinistra dove c’è addirittura la corsa ad essere gli alfieri e i protagonisti esclusivi della vera ed autentica interpretazione di questa storica cultura nella società contemporanea. Anche se, sotto questo versante, è corretto sostenere che la tradizione e il pensiero della sinistra politica e culturale, seppur nella sua versione radicale e massimalista, sono rappresentati prevalentemente oggi dal Partito democratico. Come, del resto, è abbastanza evidente, nonché oggettivo, che il pensiero, la tradizione e la cultura della destra democratica e di governo si riconoscono nella leadership indiscussa e coerente di Giorgia Meloni. Mentre resta più articolato e complesso il tema del Centro e di chi autenticamente lo rappresenta nel nostro Paese.

Ora, se è vero, com’è vero, che l’unico partito autenticamente ed esplicitamente centrista è oggi quello di Forza Italia, è altrettanto vero che anche nella coalizione di sinistra e progressista ci sono culture centriste e moderate. Come, ad esempio, quella di Calenda, di Renzi e dei centristi all’interno del Pd. Ma va pur detto che nell’universo centrista non sono così frequenti il vizio e la tentazione di porsi come interpreti esclusivi e totalizzanti di questa tradizione. E questo perché il ruolo esercitato dalla Democrazia Cristiana per molti anni non è mai stato ideologico, settario e fazioso ma profondamente laico e tollerante. Comunque sia, resta una sola lezione. E cioè, nessuno, soprattutto nell’area cattolica, può ergersi ad interprete esclusivo di una tradizione, di una cultura, di un pensiero e di una storia. E questo perché il rispetto della democrazia e del pluralismo non possono mai ridursi a puri slogan e a vuoti richiami generici e propagandistici.

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