TRAVAGLI DEMOCRATICI

Centrosinistra in cerca d'autore, tra federatori e campi minati

Chiude il 2024 con un bilancio in chiaroscuro: quattro Regioni vinte ma consensi che premiano solo il Pd. E così Schlein vede con il binocolo Palazzo Chigi. Il travaglio M5s e il malpancismo dei cattolici complicano la costruzione dell'alleanza

Fine anno, tempo di buoni propositi. Quelli del 2024, per il centrosinistra, sono stati mantenuti a metà. Le soddisfazioni hanno riguardato le tornate elettorali alle amministrative e alle europee, con una crescita di consensi che ha rafforzato soprattutto il Partito Democratico. A mancare, nonostante gli sforzi, è stata quell’alleanza che i leader, o una parte di essi, avevano giurato di voler costruire già sul finire del 2023. In Parlamento, tuttavia, dei segnali di avvicinamento si registrano. Le opposizioni sono unite nel presentare una proposta di legge per rifinanziare il Sistema sanitario nazionale, marciano unite sul salario minimo, fanno muro sull’Autonomia differenziata. È proprio sull’autonomia che si nota uno scatto in avanti nella costruzione del campo largo o campo progressista, a seconda delle declinazioni.

Tutto fa pensare che la strada sia in discesa per arrivare a un accordo o, almeno, a un tavolo del centrosinistra. Ma ci sono almeno due fattori a complicare il cammino. Il primo è il peso elettorale conquistato dal Pd. I dem, a inizio giugno, fanno registrare un risultato inaspettatamente positivo alle europee. Con il 24,11 per cento, i dem sono il secondo partito italiano per seggi ottenuti dietro a Fratelli d’Italia, al 28,76 per cento. Una crescita di quasi cinque punti percentuali rispetto alle politiche 2022 e di un paio di punti rispetto alle europee del 2019. Di contro, le europee registrano il risultato deludente dei Cinque Stelle, fermi al 9,9 per cento, sette punti in meno delle precedenti elezioni europee.

Una debolezza, quella del M5s, che non aiuta la costruzione della coalizione: rivendicano la propria autonomia e non ci stanno a fare da “cespugli” in una alleanza che gira tutta attorno al Nazareno. Anche perché', su alcuni temi, come la guerra in Ucraina e l’invio di armi a Kiev, le distanze sembrano ancora incolmabili. A questo si aggiunge il lavoro che Giuseppe Conte ha avviato con l’obiettivo di radicare il movimento a livello territoriale, anche attraverso l’individuazione di coordinatori territoriali. un lavoro lungo che, a partire dall’estate, si incrocia con quello della costituente, voluta dal leader M5s per ricalibrare il movimento mettendo in discussione anche pilastri come il limite dei mandati parlamentari, il nome e il simbolo e il ruolo del garante. Su questi punti si innesca lo scontro fra Conte e Beppe Grillo. Uno scontro che si fa via via più aperto con l’approssimarsi del voto dell’assemblea di fine novembre.

Anche per queste ragioni, il “cantiere del centrosinistra” si ferma. E a riavviarlo non bastano le elezioni regionali alle porte. In autunno, fra ottobre e novembre, si vota in Liguria, dove la giunta di centrodestra è caduta per l’inchiesta che ha coinvolto il presidente Giovanni Toti, in Umbria ed Emilia-Romagna. Nella Regione di Ponente, il candidato è il dem Andrea Orlando, esponente con cui Conte ha sempre avuto ottimi rapporti. A luglio, però, l’abbraccio fra Elly Schlein e Matteo Renzi alla Partita del Cuore riaccende le tensioni dentro il centrosinistra. Tensioni che raggiungono livelli di allarme a settembre, in occasione dell’elezione dei quattro consiglieri del Cda Rai spettanti al Parlamento. Il Partito Democratico si astiene, in nome di un accordo stipulato con il resto delle opposizioni che prevedeva che, in assenza di riforma organica della governance del servizio, non si procedesse al rinnovo del Cda. M5s e Avs, al contrario, votano i membri del Cda, considerando l’accordo decaduto sulla base del fatto che le proposte di riforma sono state incardinate al Senato.

Schlein e Conte tornano ad evitarsi. Accade in Senato, in occasione della presentazione di un rapporto Gimbe. Schlein siede in prima fila, accanto a lei una sedia vuota con il nome di Conte. L’ex premier assiste al dibattito in piedi, lontano dalla segretaria dem. Stesso schema in piazza Navona, in occasione della manifestazione contro il ddl Sicurezza, e alla Corte di Cassazione, in occasione della consegna delle firme per il referendum contro l’Autonomia differenziata. Così, davanti alla prospettiva di presentarsi alle elezioni liguri accanto ai renziani – che siedono in giunta a Genova con il centrodestra – e nonostante gli appelli di Schlein ad essere a spazzare il campo dai veti per essere “testardamente unitari”, i Cinque Stelle alzano un muro. Italia Viva rimane fuori dalla coalizione di centrosinistra. Che perde. A novembre, in Emilia-Romagna e Umbria, Italia Viva presenta dei propri candidati, ma non il simbolo. Il centrosinistra vince, ma il M5s si ferma addirittura sotto il cinque per cento (4,7 in Umbria e 3,5 in Emilia-Romagna).

Conte, tuttavia, può consolarsi con la battaglia vinta contro Grillo. L’assemblea vota per il rinnovamento del partito, eliminando il limite ai mandati e la figura del garante. E lo fa per due volte, con la ripetizione del voto chiesta da Grillo. Il resto è storia recente. L’ex comico genovese lascia intravedere la possibilità di riunire i suoi fedelissimi sotto una nuova bandiera e potrebbe intraprendere iniziative giudiziarie per reclamare la proprietà del simbolo. Conte si rafforza alla guida di un Movimento che, a questo punto, non sembra avere “contro cantori” interni.

Veleggia con il vento in poppa anche Elly Schlein, forte delle recenti vittorie locali e praticamente priva di una opposizione interna. Proprio in virtu' delle vittorie alle elezioni regionali, le correnti dem sembrano dormienti. Tutte, eccetto la componente popolare e cattolica che si appresta a tenere a battesimo “Comunità democratica”. Il nome è evocativo di una nuova area politica interna ai dem. Il battesimo, il 18 gennaio a Milano, sarà presieduto da Romano Prodi e vedrà l’intervento di Ernesto Maria Ruffini. Una presenza che riaccende il dibattito sul federatore di centro, quello spazio politico al quale puntano anche Renzi e Carlo Calenda. Il 2024 ha visto naufragare il tentativo di dare vita a un Terzo Polo attrattivo per quel mondo moderato che non si riconosce nei partiti di centrodestra.

La componente cattolica del Pd, inoltre, reclama uno spazio che non è riuscita a conquistarsi dentro il partito. E, con essa, una galassia di realtà sociali e civili in cerca di rappresentanza politica. Al ruolo di federatore, dopo il naufragio terzopolista, hanno lavorato Beppe Sala, spinto da un pezzo di componente liberal del Pd, a partire dal collega di Torino Stefano Lo Russo che, a casa sua, sta preparando un “contenitore” civico. Ma anche lo stesso Renzi che assicura: “Un partito di centro serve. E sarà decisivo. Senza un centro cattolico, liberale, riformista accanto al Pd di Schlein, le elezioni non si vincono. Ho l’ambizione di costruirlo, non di guidarlo. E non voglio regalare i voti dei garantisti, degli imprenditori, dei cattolici a questa destra illiberale”. I cattolici del Pd, tuttavia, sembrano guardare a Ruffini, ospite dell’evento del 18 gennaio. L’ex direttore dell’Agenzia delle entrate continua a nicchiare: “Ci sono domande a cui si risponde con un sì o con un no. E la mia risposta è no”, sottolineava nell’intervista in cui annunciava le sue dimissioni dall’Agenzia delle Entrate il 13 dicembre, rivendicando però il diritto di “parlare” e occuparsi “di bene comune”.

Per tornare ai buoni propositi: nel 2024 il centrosinistra ha vinto in Sardegna, oltre che in Liguria, Umbria ed Emilia-Romagna. Ha perso in Abruzzo, Piemonte, Basilicata e Liguria. Un quattro pari che, dal punto di vista delle opposizioni, può essere salutato positivamente soprattutto perché si è riusciti a strappare al centrodestra l’Umbria e la Sardegna. L’obiettivo, per il 2025, è fare meglio di così: le Regioni che andranno al voto il prossimo anno sono sei. Sempre che, come appare probabile, non slittino alla primavera del 2026. In Campania i cittadini dovranno scegliere il successore di Vincenzo De Luca, governatore che ha ingaggiato con il suo partito e la segretaria Schlein un lungo braccio di ferro per la ricandidatura e, ora, minaccia di ricandidarsi in autonomia in virtù della legge elettorale varata l’11 novembre che consente il terzo mandato per i governatori uscenti. Al voto anche le Marche governate da Francesco Acquaroli, di Fratelli d’Italia: una partita che il centrosinistra sente di potere vincere. Schlein e compagni, poi, devono difendersi in Puglia, regione guidata da Michele Emiliano, e in Toscana, dove governa Eugenio Giani. Una sconfitta in queste due regioni rappresenterebbe uno “scacco matto” per il Nazareno. Il sogno “proibito” si chiama invece Veneto, fortino della Lega amministrato da Luca Zaia. Infine, la Regione speciale della Valle d’Aosta governata da Renzo Testolin (Union Valdotaine), subentrato in corso d’opera a Erik Lavévaz (dimesso nel 2023 a seguito di una forte crisi politica).

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