GRANA PADANA

Molinari spara (a salve) su Salvini. Ma la Lega trumpiana non piace

Le parole allarmate del capogruppo sull'eccessivo appiattimento di Salvini sul presidente Usa. Poi la "smentita" e il riallineamento: "Trump un'opportunità per l'Italia". Nel partito cresce il malcontento verso la linea del leader, ma come sempre non sfocia in nulla

Anche l’ultimo partito leninista ha i suoi menscevichi. Assai rincantucciati, in verità e, comunque, timorosi essi per primi di una rivoluzione-restaurazione che da anni bramerebbero per il loro partito, ormai sentito sempre meno loro. Ma tant’è, questa è la Lega – manda a dire Matteo Salvini nell’Ultima minaccia (ai suoi) - e voi non potete farci niente.

Come non vedere l’ennesimo sbuffo di una pentola a pressione, qual è diventato per una fetta di esso il partito, le parole del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari su Donald Trump, riportare nel retroscena del Giornale e subito diventate un caso da provare a smontare, con la precisazione in guisa di ardimentosa smentita dallo stesso presidente dei deputati leghisti?

“La politica estera la fa solo lui – dice Molinari riferendosi a Salvini, in uno sfogo lontano dai microfoni, ma non da orecchie che poi lo tradurranno in cronaca – ma il novanta per cento del partito non la condivide”. Sono i giorni, le ore in cui l’irritazione per il rapidissimo evolversi della politica del presidente degli Stati Uniti e del suo barnum dai toni inauditi sta salendo nel centrodestra di governo, al pari degli imbarazzi che non lasciano indenne neppure Giorgia Meloni pur defilata rispetto alle inusitate sortite addirittura del braccio destro di Elon Musk in Italia Andrea Stroppa sulla questione Starlink e altro ancora.

Pure nello stesso partito della premier c’è chi, come il ministro Adolfo Urso, cerca di mettere paletti istituzionali di fronte a un’avanzata su più fronti – dalla questione dei satelliti ai dazi – degli uomini del tycoon. E se le mosse del Governo e in specie della premier di fronte alla sempre più vicina scelta tra Washinton e Bruxelles, con al centro la questione Ucraina, sono osservate con ulteriore attenzione dal Colle, l’unico tra gli alleati a sembrare non avere dubbi su quale posizione tenere rispetto a Trump è proprio Salvini. “Purtroppo – confessa Molinari ignaro o, forse no, di scatenare da lì a poco le ire del Capitano e del suo cerchio tragimagico – le consguenze della politica trumpiana non ricadono sui partiti, ma sul Paese”. E ancora: “Quanto Trump di farà male, la colpa la daranno a noi leghisti che siamo stati solo a fargli da cheerleader”. Quel “noi” del capogruppo racconta molto. “Il peccato originale – aggiunge Molinari – è nella scelta che abbiamo fatto qualche anno fa, quando alcuni di noi avrebbero voluto occupare lo spazio del popolari, guardando al Ppe, mentre lui si è buttato con i fascisti”.

Una versione dei fatti e delle opinioni che non stupisce oltremodo una buona parte della Lega e tutti quelli che da tempo ne raccolgono gli umori. Ma quella del capogruppo è, pur rivelata come retroscena, un’ufficializzazione che non può passare senza pesanti conseguenze. E allora finisce non non sorprendere altrettanto la precisazione che Molinari affida a una nota, secchiata sul fuoco ma non su ciò che cova sotto la cenere. “Le mie posizioni sono pubbliche e quotidiane, rispondo di quelle, non dei retroscena anche se pubblicati con grande evidenza e ne sono sorpreso e molto amareggiato. Il mio parere – spiega il presidente dei deputati leghisti nonché segretario del partito nel suo Piemonte - come facilmente verificabile, è quello della Lega ed è pubblico, chiaro e ribadito dal sottoscritto in tutte le uscite in aula e nelle interviste: i cambiamenti imposti da Trump possono essere una occasione di cambiamento positivo per l'Italia. I tentativi di alimentare tensioni nella Lega continuano da anni ma, anche questa volta, non daranno risultati”.

Una forzosa correzione di rotta, inevitabile anche per non finire dritto in scogli che pure per quella parte della Lega che, al di là, delle prese di posizioni ufficiali sempre il linea col capo, sembrano prefigurarsi con non escludibili epurazioni dai posti di comando. Da tempo si vocifera dell’intenzione nella testa di Salvini di giubilare il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, voce non di rado dissonante non tanto con il leader, quanto con la sua linea, compreso lo stendimento a tappetino davanti a Trump e al trumpismo. Non poi così più solido lo scranno di presidente dei deputati per Molinari. Ma l’aria che tira nel partito condotto dal suo segretario sempre più a destra è questa.

Come sempre accade è, ancora una volta, a Nord Est a spirare il vento del dissenso, sia pure declinato in regionamento. Quello che fa il governatore del Veneto Luca Zaia indica il faro di Bruxelles, più che la Casa Bianca. “I dazi di Trump non ce li possiamo permettere – avverte il Doge – gli Stati Uniti sono un mercato di elezione per molte nostre aziende del turismo, dell’agroalimentare e di molti altri settori. L’Unione europea deve rispondere in maniera unita anche se la vedo debole, afona, non autorevole e da europeista convinto mi spiace”. Per descrivere la politica del presidente americano, zaia usa un’immagine: “Trump prende a spallate la porta e ne nessuno risponde la butta giù. E noi non dobbiamo avere complessi di inferiorità”. Insomma ben altro che aprire quella porta facendo l’inchino come si fosse il maggiordomo di casa sua. Per poi vestire i panni del capo di un partito dove ormai sembrano mettersi i guanti per bussare all’ufficio del capo. Per poi sfogarsi in indicibili verità.

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