Bilancio (in rosso) dei seminari. Piemonte in crisi di vocazioni
Eusebio Episcopo 07:00 Domenica 16 Marzo 2025Il futuro (nero) all'attenzione dei vescovi. Nonostante l'invito di papa Francesco il progetto di creare un unico istituto per l'intera regione è rimasto sulla carta. Il card. Repole assiste alla lezione del teologo progressista Theobald. Avviso agli "indietristi"
Si è riunita nei giorni scorsi a Susa la Cep (Conferenza episcopale piemontese) su “Il futuro dei seminari”. Nel 2024 i seminaristi erano in tutto 74, oggi a Torino vi sono 15 studenti in teologia e 8 in propedeutica, a Novara sono 14 più 10 provenienti da Biella, Vercelli, Asti, Casale e Ivrea. A distanza di anni ben poco è stato fatto per istituire un unico seminario regionale, così come caldamente auspicato e voluto da Francesco. Il seminario di Novara, infatti, ben difeso dal vescovo Franco Giulio Brambilla, resiste agli attacchi di una campagna messa in atto dai progressisti piemontesi che lo ritengono non abbastanza «avanzato» e ancora dottrinalmente affidabile ma, soprattutto, poco incline allo psicologismo che governa ormai la formazione dei pochi futuri preti.
***
Finalmente il vicario generale della diocesi di Torino, monsignor Alessandro Giraudo, ha comunicato ufficialmente urbi et orbi che gli uffici della Curia metropolitana ritorneranno, in autunno, dove stavano da sempre e cioè in via Arcivescovado. Nel comunicato, Sua Eccellenza omette ogni considerazione sulle motivazioni che hanno spinto a un passo tanto significativo e cioè ad abbandonare quel complesso del Santo Volto che era costato cifre ingenti alle casse della diocesi e quindi all’8 per mille dei fedeli. Nulla anche sui costi di riadeguamento degli antichi uffici che, dalla sommaria loro descrizione, non sembrano di poca entità; nulla sulle modalità (affitto, comodato ecc.) e le condizioni con le quali la ormai ex Curia diventerà sede degli uffici della
questura di Torino e nemmeno se si profila (come si mormora) un percorso simile per il faraonico auditorium sotto il complesso, che tutti dicono sottoutilizzato. Se fossimo ancora nel tanto deprecato regime clericale o preconciliare nulla vi sarebbe da eccepire, era il costume della Chiesa del tempo. Negli Anni Sessanta, il cardinale Giuseppe Siri, per ampliare il seminario sull’altura del Righi, vendette vari edifici di un quartiere centrale di Genova senza dire niente a nessuno e comunicandolo solo a cose fatte. Ma poiché oggi, ci dicono, siamo nell’epoca beata della sinodalità e di una Chiesa finalmente aperta e trasparente, il metodo sorprende non poco. A pensarci bene però non troppo, perché questi sono i metodi di papa Francesco e in Vaticano ne sanno qualcosa.
***
Fanno discutere le stupefacenti affermazioni di una intervista rilasciata dal teologo progressista Christoph Theobald, venuto a Torino per una conferenza alla quale hanno partecipato Luciano Manicardi di Bose la teologhessa Monica Quirico e che ha avuto l’onore di avere in prima fila, fra gli ex guru della facoltà teologica, anche l’arcivescovo Roberto Repole. L’ottantenne gesuita tedesco vede nell’attuale Chiesa di papa Francesco due segni ritenuti da lui altamente «profetici»: i catecumeni post-Covid in Francia e la preghiera allo Spirito Santo del Sinodo. Ai primi, che forse obbediscono semplicemente alla struttura antropologica di un una vita messa in pericolo e a una domanda di significato, non bisognerebbe, a suo dire, proporre alcuna dottrina, ma una vaga condivisione, non ben
codificata, imparando dall’esperienza esistenziale, come se il Vangelo fosse già insito nella vita umana, ed in questo siamo pienamente in linea con il «cristianesimo anonimo» di Karl Rahner. Circa la preghiera dei membri del Sinodo e, a ricaduta, nelle realtà ecclesiali, è come se il movimento carismatico non fosse mai esistito e le associazioni e i movimenti non siano mai esistiti e non siano stati, pur con tutte le loro fragilità, il vero frutto del Vaticano II. È interessante notare come, per i teologi progressisti del genere di Theobald, dopo non aver riconosciuto per decenni i frutti dello Spirito, improvvisamente si entusiasmino per dettagli del tutto irrilevanti. Perché infine chi garantisce che quel «soggettivismo» tanto rimproverato al Rinnovamento nello Spirito, non sia entrato violentemente anche nelle «nobili assemblee» sinodali? (Lc. 3, 16).
Quello però che ha avuto eco è stato l’attacco ai pontificati di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. A fine intervista Theobald se ne esce con una dichiarazione davvero scandalosa e falsa: gli ultimi trent’anni sarebbero stati come un tempo «di assenza di libertà di parola nella Chiesa», un tempo di repressione. Ora, ci vuole una bella faccia tosta per affermazioni di questo tipo sotto un pontificato dispotico come quello attuale, che non permette grandi libertà a chi, semplicemente la pensa diversamente. Ma quello che stupisce non sono tali assurdità ma che il cardinale Repole (avrà letto l'intervista?) si sia prestato, con la sua presenza, alla delegittimazione di un Santo canonizzato e di un (futuro) Dottore della Chiesa, al quale uno come Theobald «non è degno di sciogliere il legaccio dei sandali» (Lc. 3,16).
***
Un avviso agli «indietristi». Sua Eminenza il cardinale Arthur Roche, prefetto del dicastero del Culto Divino, in una intervista al Catholic Herald ha fatto una rivelazione sensazionale nella sua disarmante ovvietà. Alla domanda su quale consiglio darebbe ai giovani che vogliono rimanere fedeli membri della Chiesa e amano la Messa antica in latino, ma si trovano limitati nella possibilità di parteciparvi, ha così risposto: «Certamente è positivo che le persone vogliano far parte della Chiesa, e non c'è alcun motivo per cui non possano farlo. Non c'è nulla di sbagliato nel partecipare alla Messa celebrata con il Messale del 1962». Di più: «Spesso sento dire che il cardinale Roche è contro la Messa in latino. Beh, se solo sapessero che la maggior parte dei giorni celebro la Messa in latino, perché è la lingua normale di tutti noi qui. È la Messa del Novus Ordo in latino. Sono stato formato come chierichetto fino all’età di 20 anni, servendo la Messa tridentina». Ora, tali affermazioni sono state fatte da chi è
diventato cardinale proprio per aver perseguitato in tutti i modi e da anni la Messa antica, essendo stato prima il sabotatore astuto e pervicace del suo predecessore, il cardinale Robert Sarah e poi, avendone preso il posto, l’ispiratore (insieme al piagnucoloso monsignor Vittorio Viola) del sondaggio fra i vescovi, di cui mai è stato rivelato il contenuto, che ha portato a Traditionis Custodes e alle sue drastiche limitazioni. Ha però aggiunto che l’attaccamento dei fedeli al Vetus Ordo non lo preoccupa perché sono una minoranza esigua (ma allora se sono così pochi perché perseguitarli?) e in genere affetti da turbe psicologiche e «rigidità». Difficile credere a un tale soggetto se non come un chiaro indizio che il conclave non si presenta troppo lontano.



