Guai a dire "bisex" o "gnocca".
L'Asl stila il decalogo woke
Oscar Serra 17:13 Lunedì 17 Marzo 2025
Ecco le linee guida per un linguaggio inclusivo: basta con stereotipi e termini potenzialmente offensivi. Ci vanno di mezzo anche parole come "extracomunitario", "anormale" o "cineseria". "Fumare come un turco" non si dice e neanche "donna al volante pericolo costante"
Invece di tagliare le liste d’attesa tagliano la lingua a medici, infermieri e impiegati. “Anormale”, “disabile”, “ritardato”, “deforme”, “clandestino”, “extracomunitario”, “islamico”, “trans”, “bisex”, “ermafrodita” sono solo alcune delle parole o espressioni proibite, o meglio sconsigliate ai dipendenti (e alle dipendenti ça va sans dire) dell’Asl To 5. Nominato due mesi fa, uno dei primi atti del nuovo direttore generale Bruno Osella è l’adozione delle “Linee guida per un linguaggio inclusivo e rispettoso”. Un decalogo woke, sorta di neolingua orwelliana che racchiude al suo interno tutti i dettami del politicamente corretto e oltre. “Siamo consapevoli, e ce ne assumiamo la responsabilità, che dedicare un po’ del nostro tempo e della nostra energia a questioni come quelle trattate in questo documento ci espone a critiche e a prese di posizioni ostili” è l’excusatio non petita di Osella nelle “Presentazioni” del documento pubblicato lo scorso 24 febbraio e diventato subito un must tra infermieri e camici bianchi.
Il documento si divide in tre parti e nella seconda sono inserite tutte le linee guida e consigli pratici per trattare temi quali “Disabilità e abilismo”, “etnia”, “ageismo”, che è la discriminazione basata sull’età, “genere” e infine “orientamento sessuale e identità di genere”. Tra le locuzioni da non utilizzare “Costretto/a in carrozzina/sedia a rotelle” poiché termini come questi “associano gli ausili a qualcosa di negativo”. Lo Spiffero suggerisce il termine “motorizzato” che darebbe anzi una valenza positiva a colui che può usufruire di una quattro ruote per spostarsi. Anche parole come “non udente o non vedente” possono risultare offensive, “meglio evitare di usare la negazione” si legge nel decalogo, quindi dire “persona sorda o cieca” o “affetta da cecità o sordità”. Il capolavoro è la riesumazione di termini ormai in disuso o dialettali come “sciancato” col solo obiettivo di proibirli. E se un tempo l’espressione “di colore” risultava quella più inclusiva nei confronti di coloro che bianchi non erano, oggi invece “rimanda a uno sguardo eurocentrico e bianco centrico dove la bianchezza è considerata la norma e la normalità”. Dunque “quando si parla di persone nere è meglio usare il termine nero o nera”. Attenzione anche a “Extracomunitario/a”, perché “ha una forte connotazione negativa”. Mai, infatti, spiega il direttore Osella “verrebbe usato in relazione a una persona francese o americana” (nel caso dei francesi forse perché sono “comunitari”?).
Ma non ci sono solo le parole potenzialmente offensive da combattere. Pure gli stereotipi e i conseguenti modi di dire, ancorché innocui, sono nemici e lo dimostrano espressioni quali “Fumare come un turco”, inserite tra quelle di cui è meglio “evitarne l’utilizzo”. L’elenco è lunghissimo e persino locuzioni come “Vi presento il giovane collega” diventano proibite poiché meglio sarebbe “mettere l’accento sulle sue competenze (…) piuttosto che sull’età”. Si entra nel grottesco quando l’argomento diventa il “Genere”. Nessuno usi più termini come “avere le palle” oppure “chi dice donna dice danno”. Anche “oca e gallina” non vanno bene (e c’era bisogno di specificarlo?). Chissà forse è meglio “capra” che pur essendo femminile venne usato pubblicamente la prima volta da Vittorio Sgarbi nei confronti di un uomo e dunque più inclusivo. Sull’identità di genere saltano per aria tutte le commedie sexy all’italiana: sono vietati “frocio, bardassa, bardascia, bucaiolo, buliccio, buso, busone, buggerone, cula, culattone, cupio, recchia, recchione, ricchione, sfranta, checca, finocchio, invertito etc…”. Quell'“eccetera” alla fine, peraltro, dimostra una competenza fuori dal comune sul tema da parte dell’estensore del documento; quante altre parole ci sono per descrivere l’omosessualità? E soprattutto, chi mai utilizzerebbe sul lavoro o per comunicazioni ufficiali questi termini? Il paziente busone si è recato questa mattina in ospedale per un disturbo allo stomaco. E se qualcuno volesse cambiare sesso, guai usare questa espressione, “meglio usare percorso di affermazione di genere”.



