La cultura del business

La trentasettesima edizione del Salone Internazionale del Libro ha chiuso i battenti lunedì scorso (19 maggio) e immediatamente, come da abitudine, sono seguiti i bilanci della kermesse. Le cerimonia conclusiva, oltre ai discorsi e ai ringraziamenti ufficiali, ha allegato il solito susseguirsi di numeri: la dimostrazione che il Salone è in continua crescita di pubblico e di eventi. I dati degli ingressi, per fare un quadro più preciso, andrebbero però uniti al “bilancio sociale” dell’evento internazionale, nonché all’andamento delle vendite nei vari stand (con particolare attenzione a quelli prettamente commerciali).

Un’analisi complessiva della manifestazione non può fare a meno di confrontarsi con il progetto iniziale, ossia con le profonde motivazioni che animarono i “padri fondatori” dell’appuntamento librario: promozione delle case editrici e diffusione della cultura attraversando tutte le fasce popolari, tra i giovani e nelle scuole.  

L’edizione che ci lasciamo alle spalle ha dato il via a una svolta, a un diverso modo di approccio rivolto agli espositori e al pubblico. Il costo per allestire gli stand è infatti aumentato notevolmente (di circa il 40%), costringendo alcune case editrici locali a un ripensamento in merito alla loro presenza in fiera. La scelta di incrementare il carico economico addossato agli espositori ha privilegiato la presenza delle aziende editoriali più famose, nonché delle realtà specializzate soprattutto nella vendita (spesso in situazione di aperta concorrenza nei confronti degli editori stessi). 

I biglietti di ingresso sono stati a loro volta ritoccati nel costo. Il visitatore, quest’anno, ha riscontrato una curiosa e sostanziale differenza di prezzo nel caso abbia acquistato il ticket in biglietteria (maggiorazione di 7 euro) oppure on line. L’accesso al Salone del Libro si è quindi tradotto, più che mai durante questa edizione, in un impegno economico significativo, sia per studenti e che per le famiglie. Al costo dell’ingresso si deve sommare la spesa sostenuta per l’acquisto di cibo e bevande all’interno della fiera: la contemporanea decrescita di stipendi e salari ha concorso a collocare questo importante evento al di fuori della portata di molte persone. 

I numeri, snocciolati durante la conferenza stampa di chiusura del XXXVII Salone del Libro, indicano 231.000 visitatori, 977 spazi espositivi e 2.647 eventi. Le cifre elencate sono importanti poiché certificano il successo della “sempre verde”, e vigorosa, kermesse, ma rimangono sostanzialmente numeri “freddi” perché privi di approfondimenti di carattere sociale. In sintesi, per molti visitatori il Salone ha rappresentato una grande possibilità di fare flânerie tra gli stand, magari nella speranza di incrociare un vip e chiedergli un selfie, però a patto di rinunciare ad acquisti e a pranzare all’interno del Lingotto. 

Al contrario, chi ha potuto vivere appieno l’occasione culturale fornita dal Salone si è confrontato con innumerevoli corse ad ostacoli (a partire dalle prenotazioni) per accedere a presentazioni e conferenze di varia natura. Le code hanno caratterizzato anche questa edizione: code all’ingresso, code infinite per i bagni (seppur considerevolmente aumentati di numero), code per ascoltare il proprio autore preferito e code per pranzare. La stessa consumazione del pasto è stata causa di complicazioni, come hanno testimoniato le tante persone sedute per terra mentre gustavano un’insalata oppure un toast; allo stesso tempo l’assenza di panchine ha reso difficile individuare luoghi dove concedersi una pausa (per dare riposo alle gambe e magari iniziare la lettura dell’opera editoriale appena acquistata).

Una nota positiva degna di rilievo riguarda la presentazione del nuovo libro firmato Modena City Ramblers. L’evento si è svolto all’aperto, nell’arena musicale, coinvolgendo tantissimi giovani. Una formula che andrebbe imitata massicciamente dall’organizzazione del Salone, poiché sicuramente più accattivante e “fresca”.

Tra le carenze della XXXVII edizione merita un cenno la presenza indisturbata, tra i padiglioni della fiera, di giovani truffatori: simulatori di disabilità, in questo caso finti sordi, sparsi tra gli stand con lo scopo di estorcere ai visitatori un contributo economico di almeno cinque euro. Una vecchia truffa che, a quanto pare, funziona sempre poiché fa leva sulla convinzione delle vittime di partecipare a un atto solidale (truffa resa ancora più odiosa proprio perché gioca sullo stimolo di sentimenti solidaristici). L’assenza di controlli da parte degli organizzatori della fiera è sicuramente un deficit che si riversa su espositori e pubblico pagante.

Lunga vita al Salone del Libro, una vita frizzante e torinese anche nei prossimi decenni (ministro permettendo), ma nella speranza di un salutare ritorno ai tempi del suo esordio: agli anni in cui incrementare la lettura tra la popolazione era una missione e non solo uno sterile business. 

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