Una, mille, nessuna verità

Il clima di guerra, che attanaglia l’Europa, avvolge sempre più la nostra esistenza. Divise e armi sono al centro del palcoscenico mediatico, e parole come “riarmo” sono cardini quotidiani del dibattito politico. Il vocabolario si è adattato ai tempi prebellici attuali, bandendo dalle sue pagine i termini che si riferiscono alla Pace, e ponendo in primo piano tutto il bagaglio della retorica che anticipa il conflitto armato: retorica che purtroppo ha fatto il suo ingresso anche nelle scuole.

In questi ultimi mesi è stata sdoganata la filosofia spartana del cittadino-guerriero. Molti intellettuali, compresi i giornalisti, invocano infatti la guerra per creare finalmente “uomini forti”, cosicché sostituire i giovani “smidollati” delle ultime generazioni con duri combattenti. Naturalmente, i più sinceri supporter della belligeranza europea sono personaggi pubblici ultra sessantenni: donne e uomini non soggetti al richiamo alle armi e magari proprietari di alloggi a New York (appartamenti adatti a garantire un lussuoso esilio in attesa che tacciano le armi). La guerra non riguarda mai le classi agiate, geniali sin dalla notte dei tempi nel trovare mille modi per scamparla, mentre cade come una mannaia sulla testa della classe media e, in particolar modo, su quella popolare. 

I cittadini, per ora, non sembrano allarmarsi di fronte a opinionisti impegnati costantemente a fare il conto alla rovescia del momento in cui le truppe di Mosca invaderanno l’Italia, passando per almeno altre tre nazioni (a seconda del tragitto intrapreso dall’armata russa). Gli europei, a loro volta, non sono caduti nel panico in seguito agli inviti a preparare i kit di sopravvivenza, e neppure si sono mostrati turbati dall’ipotesi di uno scontro diretto con la Russia. Evidentemente, le popolazioni del Vecchio Continente sperano in un conflitto affidato a mercenari e combattuto esclusivamente sui confini dell’ex Unione Sovietica: grave, nonché illusoria, sottovalutazione delle conseguenze derivanti da un eventuale battaglia combattuta tra Nato e Federazione Russa.

L’uso abbondante della retorica comporta che nessuno, a parte rare eccezioni, si impegni a difendere la verità dagli attacchi della disinformazione prodotta anche all’interno dei confini europei. Nello stesso giorno vengono invero diffuse notizie in aperta antitesi l’una con l’altra: come accaduto quando da una parte i media hanno rassicurato i lettori, evidenziando la debolezza di un nemico che in tre anni di guerra ha conquistato piccoli lembi del territorio ucraino, mentre dall’altra (lo stesso giorno) hanno dato per certo un attacco massiccio di quello stesso nemico contro Finlandia, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Romania e Italia.   

L’informazione, da sempre soggetta alle scelte di chi apre e chiude il gate delle notizie, ha oramai creato (dal 2020 ad oggi) indifferenza da parte del pubblico. L’inchiesta è morta e sepolta, sostituita dalle tristi veline governative: indicazioni ufficiali su cosa scrivere, come scrivere e che parole usare ripetutamente (così da garantire l’apprendimento del concetto voluto). L’esempio non giunge solo guardando alla reale capacità offensiva di Mosca, e al suo concreto interesse nell’invadere l’Unione Europea, ma anche prestando attenzione agli aggiornamenti sulle trattative di pace: i media additano quotidianamente il premier russo quale unico colpevole della rottura del tavolo di mediazione avvenuta nel 2022, mentre in realtà in quell’occasione il responsabile dell’interruzione del dialogo fu il leader ucraino, vittima delle raccomandazioni di Boris Johnson (convinto nell’ineluttabilità della vittoria di Kiev). 

Termini quali “Democrazia” e “Valori occidentali”, citati di recente dall’ex Presidente Draghi per legittimare il riarmo europeo, rivestono il ruolo di protagonista principale nella retorica di guerra. Dichiarazioni politiche che a lungo andare trasformano quegli stessi Valori (o presunti tali) in parole vacue. La scarsa partecipazione agli appuntamenti elettorali, oramai stabilizzata sul 40% circa, e le narrazioni infantili fornite ai cittadini sui conflitti in Ucraina e a Gaza sono elementi che nulla hanno da spartire con la “Democrazia” e i “Valori occidentali”. Il silenzio con cui l’Europa guarda alla strage di civili inermi a Gaza pone ulteriori dubbi riguardo a quali siano i veri Valori in cui il Vecchio Continente si rispecchia, e che annuncia di voler difendere a mano armata.

La nostra Costituzione indica nella partecipazione l’essenza della Democrazia e individua la guerra (che “ripudia”) come una soluzione da evitare per risolvere le tensioni internazionali.  Malgrado le enunciazioni della Carta fondamentale, si assiste di continuo a governi (eletti da un’esigua minoranza di cittadini) disposti a intraprendere una devastante corsa verso la guerra. 

La cattiva informazione non è solamente l’arma dei dittatori, oppure delle cosiddette autarchie: recenti avvenimenti evidenziano come purtroppo anche le Democrazie occidentali ne facciano ormai abbondante uso. Emulazione caotica del Ventennio fascista, di un’epoca che ha dimostrato come la menzogna sia un importante arma a sostegno del potere: l’unica in grado di assicurare il consenso delle masse.

Gli elettori dovrebbero chiedersi quali ragioni occulte possano consentire ad un governo di diffondere fake news. Una nazione schierata dalla parte giusta della Storia non dovrebbe essere obbligata a manipolare l’opinione pubblica (facendosi beffa in primis dei cittadini) per legittimare le proprie decisioni: sarebbe inutile narrare fatti non corrispondenti al vero, oppure censurare notizie sgradite, se le politiche estere e interne (inclusa la decisione europea di destinare 800 miliardi, presi dai Fondi sociali, all’industria bellica) fossero frutto di scelte trasparenti quanto inattaccabili.  

Chiunque ricorra all’alterazione della verità rinnega i Valori democratici, ma innanzitutto offende l’intelligenza di coloro che dovrebbe rappresentare.

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