SACRO & PROFANO

Il peccato di Torino? L'iperliberismo. L'omelia (con cantonate) di Repole

Nel giorno del patrono, l'arcivescovo accusa l'élite di accumulare ricchezza senza reinvestirla nella produzione. Critiche anche alla precarietà giovanile e al calo delle nascite. Ma l'analisi è approssimativa: la città soffre più d'immobilismo che di eccessi di mercato

L’arcivescovo di Torino, Roberto Repole, ha scelto la tradizionale omelia della festa patronale di San Giovanni per lanciare un j’accuse severo contro un presunto “iperliberismo” che, a suo dire, starebbe svuotando le scuole, precarizzando il lavoro e paralizzando gli investimenti in città. Peccato che, al di là della retorica pastorale, l’analisi economica fatichi a reggersi. Forse, detto con rispetto, ofelè fa el to mesté eviterebbe inciampi e svarioni.

Il cardinale dipinge l’ex capitale dell’auto ostaggio di un’élite finanziaria intenta solo ad accumulare denaro e depositarlo “nelle banche in quantità immense”, invece che investirlo “nel circuito delle imprese e nello sviluppo dell’economia reale”. Un’immagine suggestiva, che però manca il bersaglio. Perché l’Italia, e Torino in particolare, più che vittime dell’iperliberismo (francamente mai esistito nel nostro Paese), sembrano prigioniere di una stagnazione cronica, di uno statalismo inefficiente e di una cultura economica diffidente verso l’impresa e la libera iniziativa.

Il porporato confonde due fenomeni distinti. Da un lato, è legittimo stigmatizzare l’atteggiamento di tanti rentier torinesi – appartenenti alla seconda o terza generazione di imprenditori – che preferiscono godere del gruzzoletto ereditato anziché rischiare nell’economia produttiva. È un nodo reale, ben noto anche allo Spiffero che, nel suo piccolo, l’ha spesso denunciato: quella tendenza alla paralisi patrimoniale, alla difesa conservativa della ricchezza accumulata. Ma questo non ha nulla a che vedere con il “liberismo” – che è, semmai, la filosofia dell’impresa, del rischio, del merito, della concorrenza. Altro che iperliberismo: qui siamo all’iperimmobilismo.

Non è un caso che le vere “casseforti” della città siano nel caveau e nei portafogli (anche) di Ersel, la storica società di gestione del risparmio della famiglia Giubergia, leader nel wealth management. Ed è proprio nel salotto buono della finanza torinese – prudente, raffinata, spesso timorosa – che vanno cercate le ragioni dell'inerzia. Nessun Chicago boy all’orizzonte, nessuna deregulation sfrenata, nessun turbo-capitalismo. Torino è semmai la città delle fondazioni, del piccolo cabotaggio “di relazioni” incestuose, della finanza taccagna e dei fondi parcheggiati in attesa di “tempi migliori” (che poi non arrivano mai).

Quanto alla precarietà giovanile, che Repole denuncia con toni accorati – “il 75% dei giovani, quelli che restano, trova solo lavori precari, contratti di pochi mesi o di giorni” – anche qui sarebbe utile prima accertarsi della fondatezza di certe statiche e poi distinguere tra causa ed effetto. È vero, i giovani fuggono, ovviamente chi può. Ma lo fanno perché mancano opportunità in un’economia bloccata, dove la burocrazia frena l’iniziativa e dove le imprese sono soffocate dalla carestia progettuale, dal paternalismo castale e non meno dal peso fiscale e regolatorio. Altro che iperliberismo: servirebbe, semmai, una buona dose di liberalizzazioni e di coraggio imprenditoriale per invertire la rotta.

Giustamente il cardinale osserva che “non si può pretendere che i proprietari investano senza prospettive di reddito adeguato”. Ma se ne deduce che il problema è proprio la mancanza di condizioni favorevoli all’impresa. Quindi, più che richiamare genericamente alla coscienza sociale, bisognerebbe impegnarsi – anche a livello culturale – per promuovere un ambiente che premi chi rischia, chi innova, chi crea valore. In questo senso, la Chiesa torinese farebbe forse meglio a incoraggiare – senza pregiudizi ideologici – una cultura imprenditoriale nuova, più dinamica e aperta.

Molto condivisibili, invece, sono le riflessioni sulla denatalità. Repole denuncia con lucidità “un fallimento culturale epocale”, evidenziando il paradosso di una città dove “essere pro vita sembra medievale” e dove l’insegnamento della Chiesa sulla maternità è stato deriso. Qui l’arcivescovo tocca un nervo scoperto: la denatalità non è solo un fatto economico, ma prima di tutto culturale. E su questo fronte il ruolo della Chiesa, accanto a quello delle istituzioni civili, può e deve essere incisivo.

Anche il riferimento al welfare del Nord Europa, dove “le donne lavorano e tuttavia le nascite non calano”, è una lezione da tenere presente. Forse meno sermoni, più servizi efficienti: asili, conciliazione famiglia-lavoro, sostegno concreto ai genitori.

In conclusione, la Torino di cui parla Repole è vera solo a metà. Esiste un problema di diseguaglianza, di immobilismo, di sfiducia. Ma chiamarlo “iperliberismo” è come prendersela con lo spauracchio sbagliato. La diagnosi è parziale e la cura proposta è, in molti passaggi, più moraleggiante che strutturale. Eppure, la città ha bisogno proprio del contrario: lucidità analitica, visione economica e capacità di distinguere tra il vizio della rendita e la virtù del rischio. Anche perché senza imprese – quelle vere, quelle che creano lavoro e ricchezza – non ci sarà futuro né per i giovani né per gli anziani. E nemmeno per le omelie.

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