"Metodo Giani" per Lo Russo. Accidentata la strada del bis
07:00 Sabato 12 Luglio 2025Il sindaco di Torino è sulle spine, guarda con apprensione ciò che sta succedendo in Toscana dove Pd, ma soprattutto Avs e M5s stanno facendo rosolare il governatore in attesa del via libera alla ricandidatura. E la mazzata ricevuta dal sondaggio non aiuta
Torino, Palazzo Civico, aria pesante come il traffico di via Cigna all’ora di punta. Stefano Lo Russo, il sindaco geologo che governa la città con lo zelo di un travet e il carisma di una lezione di stratigrafia, guarda con apprensione a ciò che sta accadendo in Toscana. Lì, Eugenio Giani, governatore uscente, ha rotto gli indugi, annunciando la sua disponibilità a ricandidarsi per le regionali del 12 ottobre, cercando di scavallare le titubanze del Pd e le fibrillazioni di una coalizione ancora in alto mare. Un copione che, con ogni probabilità, si replicherà tra qualche mese sotto la Mole, quando si aprirà la partita per il secondo mandato di Lo Russo. E il primo cittadino, sprofondato al 72esimo posto nella classifica del Sole 24 Ore sul gradimento dei sindaci, sa bene che il terreno sotto i suoi piedi è friabile come una frana in Val di Susa. Prima il programma, poi la coalizione, infine il candidato.
Il solito mantra: anzitutto si definisce il programma, attorno al quale si cuce la coalizione, e solo alla fine si sceglie il candidato. Giani, forte del 58,5% di consensi nel Governance Poll e del sostegno di oltre metà dei sindaci toscani, ha deciso di giocare d’anticipo, formalizzando la sua disponibilità con un occhio agli statuti del Pd (articoli 24 e 31, per i pignoli) che lo blindano come candidato di diritto, salvo un improbabile voto al 60% dell’assemblea regionale per silurarlo. Ma il Pd nazionale, guidato dalla “ostinatamente unitaria” Elly Schlein, frena: vuole un “campo largo” con Avs e M5s, e Giani, con il suo passato renziano e un profilo non proprio in linea con la sinistra radicale, non è il cavallo ideale per questa corsa.
Dall’Arno al Po
A Torino, lo schema rischia di essere lo stesso. Lo Russo, come Giani, non è esattamente il pupillo di Schlein, nonostante i salamelecchi recenti. Sostenitore di Stefano Bonaccini alle primarie, collocato nella minoranza riformista del Pd, il sindaco non ha il physique du rôle per incarnare il federatore di un’alleanza che includa i 5 Stelle, con cui i rapporti sono gelidi da anni. La sua opposizione feroce a Chiara Appendino, quando lei era sindaca e lui capogruppo Pd in Sala Rossa, ha lasciato strascichi: l’ex prima cittadina, oggi parlamentare e vicepresidente del M5s, lo considera indigesto quanto un piatto di bagna cauda per un vegano. E non è un mistero che nel 2021 Appendino abbia provato fino all’ultimo a far saltare la sua candidatura, blandendo gli emissari del Nazareno per un’intesa che escludesse Lo Russo. Non ci riuscì, ma il vento del “campo largo” soffia ancora, e il 2027, con le amministrative che potrebbero coincidere con le politiche, sarà un banco di prova cruciale per Schlein, decisa a compattare il centrosinistra contro Giorgia Meloni.
Le critiche e il Sole nero
A Torino, Lo Russo non brilla. Il suo stile sobrio, al confine con l’anonimato, non ha mai acceso la scintilla con i torinesi. “Un travet senza fantasia”, lo definiscono i detrattori, che non gli perdonano un’amministrazione percepita come grigia, senza guizzi, fatta di buone intenzioni (“pensiamo agli obiettivi strategici e al taglio dell’erba”) ma poche realizzazioni concrete. L’erba, per inciso, continua a crescere, e i grandi piani per il futuro della città restano un miraggio. La classifica del Sole 24 Ore è stata una mazzata: 72esimo posto, un crollo verticale che ha dato fiato ai suoi critici, dentro e fuori il Pd. “Manca di empatia, manca di leadership”, è il crescendo rossiniano. E c’è chi, come l’ex sindaca Appendino o il segretario Cgil Piemonte Giorgio Airaudo, non nasconde il fastidio: quest’ultimo, in privato, arriva a tessere le lodi del governatore di centrodestra Alberto Cirio, tanto per far capire l’aria che tira.
La trappola del campo largo
Il vero ostacolo per Lo Russo, però, non è il bilancio amministrativo, ma la politica. Nel 2027, Torino voterà insieme a Roma, Milano, Napoli, Bologna e Venezia, un election day che potrebbe sovrapporsi alle politiche. Schlein, che sogna di correre come premier di un centrosinistra unito, non può permettersi di lasciare nulla al caso. E se per costruire il “campo largo” con M5s e Avs (ormai sono loro a dettare la linea al Nazareno) servisse sacrificare Lo Russo? Il sindaco, consapevole del rischio, sta provando a ingraziarsi la segretaria: l’ha scortata al Salone del Libro con un entusiasmo che sa di corteggiamento disperato, ha abbracciato i referendum Cgil e cavalcato i diritti civili con una foga che farebbe invidia ad Alessandro Zan. Ma il pragmatismo (o il cinismo, per i maligni) di Schlein è noto: decide all’ultimo, senza guardare in faccia nessuno. Lo dimostra la vicenda dell’Anci, una partita giocata da Lo Russo con l’ambizione di sedersi a via dei Prefetti ma vinta da Gaetano Manfredi senza fare un plissé. A lui non è rimasta che una delle vicepresidenze e l’incarico di “coordinatore dei sindaci Pd”, poco più di una patacca. “Figurati se Elly si confronta con lui”, dicono a Roma.
Le fanta-alternative
Sotto la Mole, i “pissi pissi” già parlano di piani B. Il nome di Daniele Valle, consigliere regionale e fedelissimo di Lo Russo, circola come possibile candidato di compromesso. Valle, riformista “all’acqua di rose”, ha buoni rapporti con la sinistra Pd e con i 5 Stelle, e potrebbe essere una soluzione meno traumatica per il sindaco, magari con un paracadute parlamentare come risarcimento. C’è chi rispolvera Guido Saracco, ex rettore del Politecnico, su cui nel 2021 Appendino e parte del Pd erano pronti a convergere. E poi c’è Chiara Foglietta, assessora di punta e paladina dei diritti delle coppie omogenitoriali, che piace a Schlein e ha un canale aperto con Appendino (che nel 2018 firmò l’atto di registrazione del figlio di Foglietta). Persino Anna Rossomando, vicepresidente del Senato, e Andrea Giorgis, parlamentare cuperliano, vengono menzionati nei conciliaboli tra la sinistra Pd e Avs, dove tra l’altro c’è chi vagheggia un bis di Airaudo (a suo tempo candidato contro Piero Fassino).
Un campo minato
Lo Russo, per ora, tira dritto, rispolverando “Alleanza per Torino”, un caravanserraglio che dovrebbe tenere insieme civici, moderati (da Azione a Italia Viva), con Valle a tirare i fili dietro le quinte. Ma è un’operazione fragile, che rischia di scontrarsi con i veti incrociati di M5S e Avs. Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, ha già mandato un segnale dalla Toscana: “Non è una questione di nomi, ma di discontinuità”. Tradotto: se il candidato non piace, si cambia. E a Torino, con Appendino e Airaudo pronti a far pesare il loro no, il destino di Lo Russo è appeso a un filo. Schlein, cinica e “ostinatamente unitaria”, deciderà all’ultimo, e il sindaco rischia di essere l’agnello sacrificale sull’altare del campo largo. A meno che, come Giani, non decida di giocare d’anticipo e forzare la mano. Sempre che all’inquilino uscente di Palazzo Strozzi Sacrati l’azzardo riesca. Per Lo Russo, il countdown è iniziato, e il terreno è scivoloso.


