Dazi, danni fino a 35 miliardi. Piemonte trema ma "resiste"
10:13 Sabato 12 Luglio 2025Le barriere di Trump saranno un salasso per l'economia italiana. Ma un'offerta merceologica variegata e prodotti di alta gamma potrebbero limitare l'impatto e mantenere il mercato statunitense, nonostante le sfide legate a prezzi e domanda
La mannaia dei dazi dell’amministrazione Trump si allunga sull’Italia, e il Piemonte, con la sua Torino in prima linea, guarda con apprensione agli scenari futuri. Secondo l’Ufficio studi della Cgia, se le tariffe doganali imposte dagli Usa restassero invariate, il nostro Paese perderebbe circa 3,5 miliardi di euro di esportazioni. Ma il vero colpo potrebbe arrivare con un innalzamento al 20%, che porterebbe il danno a un salasso da 12 miliardi di euro. Stime che, basate su elaborazioni Ocse, non tengono ancora conto di eventuali dazi su specifici prodotti. E nemmeno con la decisione, arrivata successivamente dall’inquilino della Casa Bianca di alzarli al 30%, come comunicato in una lettera indirizzata alla Commissione europea, cosa che ha costretto la Cgia ad aggiornare la stima a 35 miliardi. E qui, tra le colline piemontesi e le fabbriche torinesi, la tensione si fa sentire.
L’Italia, con i suoi 64,7 miliardi di euro di export verso gli Usa nel 2024 (il 9% del totale nazionale), è un colosso del Made in Italy, e il Piemonte gioca un ruolo di tutto rispetto. La regione, con un indice di diversificazione dell’export al 54,8%, si piazza tra le realtà meno vulnerabili d’Italia, superata solo da Lombardia (43%), Veneto (46,8%), Puglia (49,8%) e Trentino-Alto Adige (51,1). Questo significa che il Piemonte, pur non immune, ha un’economia esportatrice bilanciata, potenzialmente in grado di attutire meglio l’urto rispetto a regioni come Sardegna (95,6%), Molise (86,9%) o Sicilia (85%), dove l’export è concentrato su pochi settori. E poi c’è Torino, che con 2,5 miliardi di euro di esportazioni verso gli Usa nel 2024 si conferma tra le big nazionali, quinta in classifica dopo Milano (6,35 miliardi), Firenze (6,17), Modena (3,1) e Bologna (2,6). Insieme, queste cinque realtà coprono quasi un terzo del totale delle merci italiane dirette oltreoceano.
Ma cosa esporta il Piemonte? Soprattutto autoveicoli e componentistica auto, settori che potrebbero finire nel mirino di Trump, insieme a prodotti chimici/farmaceutici, navi/imbarcazioni e macchinari di impiego generale, che rappresentano oltre il 40% delle vendite italiane negli Usa. Il rischio c’è, ma il Piemonte e Torino hanno carte da giocare.
La Banca d’Italia sottolinea che il 43% delle esportazioni italiane verso gli Usa è di alta qualità, un altro 49% di qualità media, prodotti che finiscono nelle mani di consumatori e imprese a stelle e strisce con redditi elevati, poco sensibili a rincari da dazi. Inoltre, le aziende italiane che guardano agli Usa, spesso radicate anche nel tessuto piemontese, dipendono dal mercato americano solo per il 5,5% del loro fatturato, con un margine operativo lordo medio del 10%. Tradotto: sono abbastanza solide da assorbire un eventuale calo della domanda, magari sacrificando parte dei profitti senza alzare troppo i prezzi.
Ma non è tutto rose e fiori. La Cgia lancia un allarme: i dazi potrebbero colpire duro il Mezzogiorno, dove l’export è poco diversificato e quindi più fragile. Al contrario, il Piemonte, con la sua capacità di offrire una gamma variegata di prodotti, si trova in una posizione di relativa sicurezza. Tuttavia, resta l’incognita: gli americani sostituiranno i nostri prodotti con alternative locali o di altri Paesi? O il fascino del Made in Italy, da Torino alle Langhe, sarà abbastanza forte da resistere? E ancora: le imprese piemontesi riusciranno a tenere i prezzi competitivi, stringendo i denti sui margini? Le quasi 44mila imprese italiane attive negli Usa, molte delle quali con radici nel Nord e in Piemonte, attendono risposte. Torino, con la sua tradizione industriale e il suo peso nell’export, è pronta a combattere, ma il futuro dipende dalle mosse di Washington.


