FINANZA & POTERI

La Banca (segreta) del Piemonte: risiko casalingo delle Fondazioni

Volevano dar vita a un nuovo istituto di credito locale, una sorta di banchetta del territorio grazie agli intrecci di partecipazioni. Usando la società Nord Ovest (controllata da Crt e CrC) a partire da Asti. Il pranzo con Messina e Cirio. Poi qualcosa è andato storto...

“Che cos’è rapinare una banca rispetto a fondarne una?” Questo celebre aforisma brechtiano sembra il manifesto dell’ultima idea coltivata nel panorama finanziario piemontese: la creazione di un nuovo istituto di credito. Mentre in Italia infuria il risiko bancario, ai piani alti delle principali fondazioni della regione vagheggiano la nascita di una banca, modellata sulle esperienze delle piccole realtà legate al territorio. Un progetto ambizioso, avvolto nella più assoluto riserbo, orchestrato attraverso un complesso intreccio di partecipazioni, incontri discreti e benedizioni, più o meno concesse, dai vertici istituzionali e finanziari. Un piano ancora allo stadio embrionale, destinato, con ogni probabilità, a rimanere tale. La segretezza che ha avvolto la fase di gestazione si è incrinata solo di recente, quando – nel corso di un pranzo riservato – i promotori hanno svelato i propri intendimenti al ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, e al presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio. Due figure chiave: il primo in grado di garantire il via libera informale del principale gruppo bancario italiano, il secondo capace di offrire la necessaria copertura politica.

Il palio di Asti

Secondo quanto emerso, il piano prevedeva la creazione di una sorta di “Banca del Piemonte” – ovviamente nulla a che vedere con l’omonima banca privata della famiglia Venesio – attraverso un intreccio di partecipazioni tra le fondazioni Crt, Compagnia di San Paolo, CrCuneo, CrBiella, CrSavigliano e CrFossano. Un primo passaggio dell’operazione contemplava l’acquisizione di azioni della Banca di Asti, sfruttando la necessità del principale azionista – la Fondazione CrAsti – di diluire la sua quota (31,8%) come da tempo sollecita il Mef, e nella cui compagine societaria già sono presenti Crt e la Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, con l’ipotesi tutt’altro che remota di farne il nucleo della nuova banca. L’acquisto di azioni proprie avviato da Banca di Asti è parso a molti osservatori il preludio del concerto, peraltro consentendo all’attuale ad e direttore generale Carlo Demartini, la cui poltrona è a dir poco traballante, di allentare la morsa del suo azionista di maggioranza, la Fondazione CrAsti, a quanto sembra tenuta accuratamente all’oscuro. Il disegno, racconta un insider, era quello di replicare quanto fatto qualche anno fa per la CrS, la piccola banca di Savigliano, usando la medesima società “veicolo”.

La Nord Ovest Impact

A tal fine, il veicolo societario scelto individuato è la Nord Ovest Impact Srl, costituita nel giugno 2021 con un capitale di 6,6 milioni di euro, detenuta paritariamente da Fondazione Crt e Fondazione CrCuneo. La società, guidata da Ezio Raviola (presidente, ex numero uno di CrCuneo e oggi nel Comitato di gestione della Compagnia di San Paolo) e Marco Casale (vice chief financial officer di Crt), ha come scopo, secondo gli atti costitutivi, l’acquisto e la vendita di “quote partecipative ed interessenze di regola di minoranza in società ed enti, di quote di fondi comuni di investimento, di strumenti finanziari in genere”, con l’obiettivo di favorire “i processi di innovazione a supporto della crescita del territorio” nel Nord-Ovest, promuovendone lo sviluppo economico. Nord Ovest è, ad esempio, socia della Banca CrS di Savigliano, con poco meno del 6%, mentre un altro 3% circa è in cassaforte della Compagnia. A rimettere in moto la società sarebbero stati i nuovi presidenti di Crt e CrC, Anna Maria Poggi e Mauro Gola, che l’hanno individuata come strumento ideale per dar corpo a un agglomerato di partecipazioni tale da costituire una sorta di “Banca del Piemonte” in nuce.

Frenata brusca

Il piano, però, una volta uscito dalle stanze riservate ha cominciato a generare reazioni, e non tutte favorevoli. A partire proprio da Carlo Messina che, raccolte le informazioni sommarie durante l’incontro con Cirio e Gola, avrebbe espresso le sue personali “riserve” a Marco Gilli, numero uno della Compagnia di San Paolo e, formalmente, suo azionista di riferimento. Un messaggio chiaro: quello di non farsi coinvolgere. In realtà, la Compagnia non solo era perfettamente al corrente, ma per qualche settimana è stata parte attiva del progetto: oltre a Raviola, figura anche un altro nome pesante, Carlo Picco, consigliere della Compagnia, manager della sanità piemontese e uomo di punta della Lega nel deep state regionale.

Raccontano che persino Fabrizio Palenzona il quale, a dispetto dell’uscita traumatica dalla Crt, continua a esercitare un peso notevole, almeno pari alla sua stazza, nelle faccende domestiche, si sarebbe mostrato alquanto perplesso sull’operazione, rimarcando le differenze con quella da lui a lungo accarezzata: la Super Fondazione. Il "camionista" di Tortona aveva in mente l’integrazione delle fondazioni piemontesi, a partire da Crt e Compagnia, per dar origine a un colosso da 15 miliardi di patrimonio e con una potenzialità annua dai 150 ai 200 milioni di erogazioni, superando per volumi Cariplo, attestandosi come soggetto centrale in tutte le partite (da Cdp agli assetti bancari). Un disegno diverso, non certo quello di mettere su una banchetta sotto casa (di quelle ne ha già a bizzeffe).

Ed ora?

Mentre a Palazzo Perrone, sede della Crt, la giurista ciellina Poggi mostra irritazione per la fuga di notizie, tra i consiglieri esclusi dai colloqui informali cresce l’imbarazzo. Una situazione delicata, tanto che – secondo quanto riportato da ambienti vicini alla presidente – la notizia del piano sarebbe arrivata fino a Roma, al Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), dove ha suscitato sconcerto (“sono saltati sulla sedia”, confida un insider). Il punto è che il progetto, per quanto affascinante e ricco di retorica territoriale, cozza frontalmente con le indicazioni di Palazzo Sella. Secondo il Protocollo Mef-Acri del 2015, infatti, le Fondazioni bancarie devono diluire al massimo le loro partecipazioni nelle banche, in particolare in quelle conferitarie, e non certo crearne di nuove. Il tentativo delle fondazioni piemontesi di farsi un risiko bancario casalingo – magari in nome dello sviluppo delle comunità locali – rischia così di apparire, agli occhi del governo, più come uno sconfinamento dalle proprie finalità che non un’operazione di pubblica utilità. E forse, anche per questo, le stanze da cui l’idea è stata partorita erano così ben sigillate.

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