Ecco perché non compriamo auto

Perché gli italiani non cambiano l’automobile? Si domandano importanti mass media, e si parte con le svariate analisi. Risposta banale: perché non ci sono i soldi per cambiarla e perché si attende chiarezza dal mercato anche nel caso ci siano le possibilità economiche per farlo. D’altra parte c’è schizofrenia nella comunicazione, che parla a compartimenti stagni. Infatti tutti i giorni si spiega che l’Italia ha bassi salari, che i salari non crescono, che la povertà è in aumento, che l’inflazione erode i salari e poi ci si domanda perché gli italiani non cambiano l’auto.

L'Employment Outlook 2025 dell'Ocse, non usa giri di parole: “L'Italia ha registrato il calo più significativo dei salari reali tra tutte le principali economie” che fanno capo all’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Se è vero “che in Italia i salari sono cresciuti molto”, spiega all’Ansa, Andrea Bassanini, relatore principale del rapporto Ocse, rimangono comunque “sotto al livello del 2021”. Nel complesso, prosegue lo studio, “la crescita dei salari reali dovrebbe rimanere modesta nei prossimi due anni. I salari nominali (retribuzione per dipendente) in Italia dovrebbero aumentare del 2,6% nel 2025 e del 2,2% nel 2026. Questi aumenti sono significativamente inferiori rispetto alla maggior parte degli altri paesi dell'Ocse, ma dovrebbero garantire comunque ai lavoratori italiani modesti guadagni in termini reali, dato che l'inflazione dovrebbe raggiungere il 2,2% nel 2025 e l'1,8% nel 2026”. Dunque l'inflazione brucerebbe la gran parte del guadagno.

Secondo il XXIII Rapporto annuale dell’Inps, nel 2023 la retribuzione media annua nel settore privato è stata di 38.565 euro, mentre nel settore pubblico ha raggiunto i 40.730 euro. Focalizzandosi sui soli lavoratori a tempo indeterminato, la retribuzione annua lorda (Ral) media nel settore privato è stata di 39.483 euro, mentre nel pubblico è risultata pari a 41.071 euro. Secondo i dati dell’Osservatorio Job Pricing, le regioni con la Ral media più alta sono la Lombardia con 33.055 euro, il Trentino-Alto Adige con 32.178 euro e il Lazio con 31.945 euro. Al contrario, le retribuzioni più basse si registrano nelle regioni del sud e nelle isole, in particolare in Basilicata, Calabria e Sicilia, dove la retribuzione annua lorda scende sotto i 28.000 euro. Il settore in cui si guadagna di più è quello dei servizi finanziari con 45.906 euro di Ral media. Seguono l’industria di processo (32.529 euro), i servizi di pubblica utilità (33.459 euro) e il settore manifatturiero (31.475 euro). Quello agricolo è il settore meno retribuito con una Ral media di 25.198 euro, seguito dalle costruzioni (27.896 euro), i servizi (29.564 euro) e il commercio (29.926 euro).

C’è poi il dato relativo all'occupazione che viene sempre sottolineato essere in crescita, ma se scaviamo oltre la superficie vediamo che le ore lavorate per dipendente nel primo trimestre 2025 sono 300 mentre dovrebbero essere 173 ore al mese quindi 519. Quasi la metà. Cosa significa questo? Secondo le definizioni dell'Istat, una persona che lavora anche solo un'ora a settimana è considerata occupata e viene conteggiata nel tasso di occupazione. Pertanto è chiaro che il dato sull’occupazione in crescita è fuorviante e non significa crescita dei salari, ma piuttosto implementazione di lavoro breve e a termine. Insomma un’occupazione fragile che non fa da volano all’economia del Paese. Come ci si può comprare così l’auto nuova?

Nel 1975 una Fiat 127 aveva un prezzo di listino che partiva da circa 920.000 lire. Nello stesso anno lo stipendio medio mensile di un operaio si aggirava intorno alle 200.000 lire, quindi la 127 costava circa 4,6 mesi di stipendio. Oggi lo stipendio medio, netto, in Italia si aggira intorno ai 1.500-1.700 euro, mentre una Fiat Panda (auto di dimensioni simili alla 127) costa più di 12.000 euro, circa 7 mesi di stipendio. Lo stesso vale per auto premium meno esclusive, come testimoniano le Alfa Romeo con l’attuale Giulia Quadrifoglio che impone l’accantonamento di oltre 60 stipendi netti, quando nel 1960 ne “bastavano” circa 40-45. Per chi vuole approfondire noterà che la maggior diffusione di auto “vetuste” segue l’andamento regionale dei salari.

Nel 2009 il parco circolante in Italia era poco oltre i 34 milioni con un’età media di 7,9 anni; nel 2024 abbiamo 40,5 milioni di vetture circolanti con oltre 12 anni di vita media di cui il 21,8% è ante Euro 4. Dei 40,5 milioni, 280mila sono veicoli elettrici; diesel e benzina sono all’incirca il 40% ciascuno; le ibride sono 2,75 milioni.

A fronte di poco più di 1,5 milioni di immatricolazioni nel 2024 si è registrato un mercato dell’usato con 3 milioni di passaggi di proprietà sull’usato. Il mercato dell’usato è il doppio del nuovo e in crescita del 7,9% rispetto al 2023. Ancora da evidenziare che il 48% dei passaggi di proprietà avviene su vetture di oltre 10 anni e il 17% su vetture tra i 6 e 10 anni. Se poi si fa un sondaggio sui social legato alle motivazioni di un parco macchine “stravecchio” le risposte sono semplici ma vere: le auto “vecchie” vanno meglio delle nuove, sono più robuste, si rompono meno, abbisognano di poca manutenzione e quindi nella loro lunga longevità sono un risparmio nel bilancio famigliare.

Credo che sia i produttori, sia la politica dovrebbero farsi qualche domanda di fronte all’evidenza dei dati e agire di conseguenza. Due azioni, la prima per i costruttori: produrre più auto, utilitarie, nei segmenti A e B e abbassare i prezzi di queste fasce. Per la politica, sia di governo che di opposizione, lasciare che sia la tecnologia a ridurre le emissioni di CO2 e non imporre una strada obbligata che per ora, insieme ai problemi citati di bassi salari e inflazione, non ha fatto ripartire il settore auto ma lo ha bloccato. In tempi di dazi occorrerebbe fare ripartire, in generale, il mercato interno, rinnovando celermente i contratti nazionali, creando occupazione stabile e duratura, coniugandola con crescita della produttività e dei consumi. Saremo all’altezza del compito?

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