La ricerca e la politica

Il recente rapporto dell’Ires sulla situazione economica e sociale del Piemonte e sulle tendenze concrete che emergono dal tessuto produttivo subalpino mi spinge a fare almeno tre considerazioni di fondo.

Innanzitutto, l’Ires si conferma una realtà importante nel panorama socioeconomico piemontese. Lo è per le professionalità eccellenti dei suoi operatori ma, soprattutto, se recupera sino in fondo la sua storica specificità e le ragioni politico e culturali dei suoi fondatori: da Carlo Donat-Cattin a Siro Lombardini a Giuseppe Grosso. E che continuano ad avere una straordinaria attualità e modernità anche nella società piemontese contemporanea. E cioè, declinare quel ruolo “anticipatore” che lo trasforma in un riferimento autorevole e credibile nel rapporto con la società, con la politica e, soprattutto, con le istituzioni. Un ruolo che è strettamente connaturato con l’Ires che è un ente strumentale della Regione Piemonte ma che, al contempo, non può rinunciare a quell’autonomia di giudizio e di valutazione che restano i caposaldi costitutivi che caratterizzano un istituto di ricerca.

In secondo luogo, abbiamo tremendamente bisogno – soprattutto in un contesto dove sono tramontati i grandi partiti popolari e di massa e dove la politica deve fare i conti, purtroppo, con classi dirigenti sempre meno autorevoli e rappresentative a livello culturale e sociale – di centri ed istituti di ricerca che siano in grado di fornire strumenti di lettura della società contemporanea. E questo perché la politica non può prescindere, nella sua concreta attività, dal conoscere le dinamiche che attraversano la società. Certo, un tempo questa azione era anche il frutto dell’attività dei partiti che non erano solo strumenti utili per compilare le liste ma anche, e soprattutto, centri di elaborazione culturale, progettuale e quindi politica. Elementi che oggi, purtroppo, sono stati definitivamente sacrificati sull’altare di un maldestro e strambo nuovismo che è coinciso anche con l’indebolimento della politica e con la caduta di credibilità della sua classe dirigente.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, realtà come l’Ires hanno un senso ed una funzione specifici se vengono “sfruttati” dalla politica. E quindi dalle istituzioni. “Sfruttati” nel senso che la loro ricerca e la loro produzione riescano realmente a condizionare la concreta produzione politica e legislativa delle istituzioni. A livello regionale ma anche, e soprattutto, a livello nazionale. Purché i parlamentari nazionali non si limitino ad essere solo grigi passacarte di ciò che i partiti decidono a livello centrale.

Ecco perché, al di là di ogni altra valutazione, proprio attraverso la considerazione che si ha del ruolo di istituti come l’Ires a livello piemontese o del Censis a livello nazionale, noi capiremo se la politica vuole ridiventare un luogo di elaborazione progettuale o se, al contrario, si rifugia nel populismo o garantire l’ordinaria amministrazione. Per queste ragioni l’Ires, come altri enti o centri o istituti di ricerca, sono estremamente importanti per la politica, per i partiti e per le stesse istituzioni. Locali e nazionali.

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