AFFARI & GIUSTIZIA

Nessuna interdizione per mafia: Cogefa sotto controllo giudiziario

Dopo il lungo groviglio di sentenze il Tribunale di Torino accoglie l'istanza della società e ammette la storica impresa di costruzioni alla vigilanza per la durata di due anni. "La situazione attuale consente di escludere una permeazione mafiosa strutturale"

Il Tribunale di Torino ha ammesso la Cogefa al controllo giudiziario volontario per due anni. È la risposta – giuridicamente meditata e politicamente significatiava – a un’interdittiva antimafia che, pur ritenuta formalmente fondata, si è scontrata con la realtà di un’impresa in grado di “recidere in radice ogni rischio di infiltrazione criminale”. Una decisione che segna un punto di svolta per il colosso piemontese delle infrastrutture, e più in generale per l'applicazione delle misure di prevenzione nel settore degli appalti pubblici.

Misura di bonifica

La Sezione misure di prevenzione, con provvedimento depositato il 2 luglio 2025, ha accolto l’istanza della storica impresa torinese – fondata e guidata dalla famiglia Fantini – disponendo la sottoposizione della società al controllo giudiziario ex art. 34-bis del Codice Antimafia. La misura, chiesta dalla stessa Cogefa dopo l’interdittiva prefettizia del 2024, non è una sanzione ma un piano di risanamento vigilato: “lo strumento idoneo – scrivono i giudici – a verificare e consolidare l’effettiva volontà dell’impresa di separarsi da ogni ambiguità”.

Un passaggio che riconosce due elementi chiave: l’assenza di un’infiltrazione strutturale e la possibilità di un risanamento reale. Cogefa, insomma, non è un corpo malato ma un organismo guaribile. E lo dimostra, secondo il Tribunale, la “formale e sostanziale separazione” da soggetti controindicati, l’adozione di sistemi di compliance avanzati, la riorganizzazione societaria e la collaborazione attiva con le autorità.

L’interdittiva e le sue ombre

La decisione arriva a pochi mesi dalla decisione del Consiglio di Stato, presieduto da Rosanna De Nictolis, di sospendere la sentenza del Tar del Piemonte che aveva confermato l’interdittiva antimafia emessa nell’ottobre 2024 dalla Prefettura di Torino. Un provvedimento che si fondava su una ricostruzione per molti versi discutibile: non un reato accertato, nessun rinvio a giudizio, nessun attuale amministratore indagato. Solo una rete di contatti, in parte di natura familiare, in parte professionali, risalenti nel tempo e riferibili a soggetti ormai fuori dalla compagine aziendale.

Tutto ruota intorno al principio giuridico – assai controverso – del “più probabile che non”: secondo la Prefettura, l’insieme di elementi raccolti (rapporti con imprese finite poi interdette, legami parentali con soggetti contigui a contesti mafiosi, la presenza in azienda di ex dipendenti sospetti) era sufficiente a configurare un rischio di condizionamento mafioso, anche senza prove dirette. E qui sta la frattura con il diritto penale: non servono certezze, bastano probabilità.

Una logica che, se applicata in modo estensivo, rischia di diventare paradossale: punire preventivamente anche chi ha fatto tutto il possibile per prendere le distanze dal passato, persino in assenza di fatti penalmente rilevanti. È il caso di Cogefa: i rapporti incriminati sono quasi tutti anteriori al 2020, riferibili a figure da tempo fuori dalla gestione operativa; i fornitori coinvolti erano iscritti nelle white list al momento delle collaborazioni; nessun elemento concreto suggerisce oggi una capacità delle cosche di infiltrarsi nei meccanismi decisionali dell’azienda.

Il passato non basta

Il Tribunale lo riconosce chiaramente. Nelle motivazioni si legge che “la situazione attuale della società consente di escludere una permeazione mafiosa”, e che i rapporti con ambienti criminali – seppur gravi – sono “occasionati, marginali rispetto all’attività principale e non più attuali”. In particolare, viene valorizzato il cambiamento nella governance, l’adozione di un modello organizzativo ex D.Lgs. 231/2001, la cessazione dei rapporti con soggetti controindicati e la disponibilità alla trasparenza.

Non solo. Il Tribunale sottolinea come Cogefa, con oltre 200 milioni di euro di commesse pubbliche e centinaia di lavoratori coinvolti, rappresenti un nodo vitale nel sistema economico del Nord-Ovest. Il blocco della sua attività – come comportato da un’interdittiva piena – avrebbe effetti devastanti. Da qui la scelta del controllo giudiziario: una misura non afflittiva, ma volta a garantire la continuità operativa sotto vigilanza.

I vincoli: trasparenza obbligata

Il controllo giudiziario durerà due anni. Saranno gli amministratori giudiziari – Maurizio Gili, Giovanni Grazzini e Luca Poma – a verificare ogni aspetto gestionale rilevante: appalti, fornitori, contratti sopra i 7.000 euro. Il giudice delegato, Lucilla Raffaelli, autorizzerà ogni variazione societaria. Il programma di vigilanza prevede l’adozione di misure specifiche contro il rischio infiltrativo e la redazione di report periodici sull’andamento della bonifica.

Il segnale

La sentenza della Sezione misure di prevenzione segna un cambio di passo: sì alla prevenzione, no alla penalizzazione cieca. La fiducia nella capacità di riformarsi – se sostenuta da fatti, e non da dichiarazioni di principio – deve prevalere sul sospetto permanente. Non si nega il passato, ma non si lascia che esso condizioni irreversibilmente il futuro. Dopo mesi di incertezza, per Cogefa si apre una fase nuova: sorvegliata, vincolata, ma operativa. E con una possibilità concreta di scrollarsi di dosso non solo l’ombra dell’interdittiva, ma anche lo stigma che – nel mercato delle grandi opere – può essere più letale di una condanna definitiva.