LE REGOLE DEL GIOCO

Meloni punta alle preferenze, panico di peones e tirapiedi

La nuova legge elettorale allo studio prevede la fine dei listini bloccati e dei collegi uninominali. Gli elettori dovranno scrivere sulla scheda il nome del candidato (insieme a quello del premier). Un bel problema per chi è conosciuto solo dalle segreterie di partito

Non c’è ancora un disegno di legge, e le resistenze all’interno della maggioranza non mancano, ma la nuova legge elettorale inizia a prendere forma, e tra gli elementi chiave c’è il ritorno alle preferenze, fortemente voluto dalla premier Giorgia Meloni. Non una bella notizia per quei parlamentari buoni solo a ingraziarsi le segreterie di partito, ma pressoché sconosciuti all’elettorato: senza listini bloccati la loro rielezione è a forte rischio, motivo per cui la sua approvazione sarà tutt’altro che una passeggiata. Con il ritorno alle preferenze sparirebbero invece i collegi uninominali, e su questo c’è da convincere la Lega, che dalla loro eliminazione ha tutto da perdere. Così la premier pensa ad allargare il campo, con Azione di Carlo Calenda che al contrario di Salvini ha solo da guadagnare dall’addio agli uninominali.

La riforma allo studio

Se la proposta di legge per riformare il sistema di voto alle amministrative – con l’abolizione dei ballottaggi – è già approdata in Commissione Affari istituzionali al Senato, la riforma del Rosatellum è a uno stadio primitivo, e nessuna proposta è stata ancora depositata in parlamento. All’interno della maggioranza però se ne parla già da un po’, e Giorgia Meloni sembra avere le idee chiare su che forma dovrà prendere la nuova legge: via la componente maggioritaria dei collegi uninominali (con cui oggi viene eletto il 36% dei deputati e senatori) e si passa a un sistema proporzionale, con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40%. Sulla scheda elettorale dovrà poi essere indicato il nome del candidato premier designato dalla coalizione (come prevedeva già il Porcellum e come accade per l’indicazione del candidato presidente di regione o del sindaco) e scompaiono i listini bloccati: a essere blindato è solo il capolista di ogni partito, mentre per gli altri candidati varranno le preferenze. Un’eventualità quest’ultima che fa tremare i peones: per loro è molto più facile ingraziarsi il leader di turno che raccogliere consensi tra la gente.

A chi piace e a chi no

Chi spinge di più per il ritorno alle preferenze è sicuramente Fratelli d’Italia, che da una riforma di questo genere ha solo da guadagnarci: è il partito di gran lunga più votato, e una competizione interna tra i vari candidati per raccogliere il consenso personale non farebbe che favorire l’afflusso di voti, andandosi ad aggiungere al consistente voto d’opinione. Anche Forza Italia vede di buon grado le preferenze, che catalizzerebbero i consensi soprattutto al centro sud, dove il partito guidato da Antonio Tajani ha il suo bacino di riferimento e i suoi portatori di voti. Chi invece storce il naso è la Lega, che con l’eliminazione dei collegi uninominali perderebbe un asso nella manica che alle ultime elezioni le ha permesso di eleggere quasi lo stesso numero di parlamentari del Partito democratico, nonostante avesse ottenuto meno della metà dei voti: la Meloni, consapevole che senza i voti della Lega avrebbe perso in molti collegi del nord, è dovuta scendere a compromessi con Salvini, mentre con la riforma questa “arma di ricatto” verrebbe meno.

La variabile campo largo

A questo si aggiunge il fatto che difficilmente Pd e M5s si presenteranno divisi come nel 2022, e presentando candidati unitari nei vari collegi il campo largo potrebbe spuntarla, rischiando di far perdere la maggioranza al centrodestra, che alle ultime elezioni ha potuto giovare della spaccatura tra i suoi rivali aggiudicandosi la quasi totalità degli uninominali. Potrebbe essere proprio questo fattore a convincere Matteo Salvini a dare il suo assenso alla riforma: se il centrodestra non vince, non vince nemmeno lui. I peones, invece, dovranno bere l’amaro calice, e iniziare a farsi conoscere dalla stessa gente che li ha eletti.

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