POLITICA & GIUSTIZIA

Laus alla gogna mediatico-giudiziaria. Esposito: "Linciaggio senza scampo"

Non poche le analogie del caso che vede protagonista il deputato dem con quello dell'ex parlamentare assolto dopo 7 anni. A lui vennero attribuiti regali inesistenti e un fantomatico intervento per la popstar Madonna a Torino. "Una barbarie da cui è impossibile difendersi"

Il Rolex, il tapis roulant, l’atterraggio di Madonna a Torino. Tre immagini per dare in pasto all’opinione pubblica la ricetta più facile a base di corruttela e potere. Tre elementi per far rullare i tamburi ed eccitare tricoteuse sotto il patibolo e cronisti con titolo pronto prima del pezzo. Tre balle sesquipedali, smentite al i sopra di ogni sospetto, che però ancora sono macigni dimenticabili per chi aveva letto sui giornali di quei regali ricevuti e di quel suo intervento a favore dell’arrivo della rockstar, mai atterrata a Torino.

L’ex parlamentare del Pd Stefano Esposito, pur avendo militato nello stesso partito, non è mai stato un sodale di Mauro Laus. Ma in questi giorni in cui il parlamentare, insieme all’assessore comunale Mimmo Carretta, alla presidente della Sala Rossa Maria Grazia Grippo e alla stessa moglie e ai figli di Laus, è nel gorgo mediatico-giudiziario, è proprio quella di Esposito una delle rarissime voci che si alzano. Non per entrare nelle questioni dell’inchiesta, ma per denunciare “una barbarie” vissuta per sette anni fino alla piena assoluzione. E rivissuta oggi.

Fin troppo facile definirlo un déjà-vu. Insomma, Esposito, nulla è cambiato e nulla cambierà?
“No, non è cambiato nulla. L’immagine che arriva da molti giornali mi fa ritornare a quasi otto anni fa quando mi sono ritrovato sbattuto sulle prima pagine con accuse anche più pesanti rispetto a quelle ipotizzate per Laus. Il meccanismo è rapidissimo e micidiale. I media nel raccontare quello che loro leggono sulle carte, sempre prima degli indagati, danno vita a un gossip mediatico-giudiziario, un racconto sputtanante che non di rado poi si rivela falso, ma quando ciò accade ormai è tardi, il danno irreparabile è stato compiuto”.

Il Rolex lei non lo aveva mai visto, però c’è chi lo ricorda ancora oggi. Che difese ha un imputato di fronte a una campagna che mescola l’attività della magistratura con quella di alcuni giornali?
“Nessuna difesa. Altro che il bavaglio paventato dall’associazione magistrati e dai giornalisti. Il bavaglio non c’è e non si vede. Si continua a vedere un racconto delle carte, quanto realistico si scoprirà, con molte similitudini con quanto capitò a me. Lessi di aver avuto in regalo un tapis roulant che ricevetti e restituii subito, un Rolex che non ho mai visto e addirittura che avrei brigato per far atterrare l’aereo di Madonna a Torino, quando Madonna non è mai atterrata a Torino. Mi fa presumere che il racconto che oggi leggo nei confronti degli indagati, potrebbe rivelarsi solo gossip, come nel mio caso, ma anche in quello di non poche altre inchieste”.

Fatti e circostanze non vere, che però finiscono di diventarlo agli occhi di chi legge. La sua esperienza lo conferma?
“Ma certo che sì. La gente si ricordava del tapis roulant, del Rolex e soprattutto di Madonna. A questo punto ha ragione chi sostiene che più della separazione delle carriere sarebbe necessaria quella tra Procure e giornali. Vale per Laus, vale per l’inchiesta di Milano, vale per tante altre circostanze”.

Tutti si professano garantisti, si dedicano prime pagine alla tutela della dignità delle persone, ma poi quando c’è un’inchiesta dove vanno a finire questi principi?
“Prima ancora di entrare nelle questioni prettamente giudiziarie, queste persone vengono schiacciate sotto un’enorme quantità di letame. Il massacro avviene nei primi giorni, quando l’indagato non dispone neppure delle carte”.

Che però in qualche modo escono. I difensori di Laus hanno appena inviato una segnalazione al procuratore capo della Repubblica per diffusione di contenuti riservati relativi all’inchiesta. Una storia vista mille volte. Anche in questo caso l’imputato non può difendersi?
“E come fa? Ricordiamo che le carte del pubblico ministero non sono prove, sono un racconto di parte, spesso romanzato e con passaggi che offrono lo spunto per titoli e articoli. Chi non ci è passato non può capire. Se esposto a un vento fortissimo, la reazione è quella di ripararti, sparire, producendo nell’imputato e nelle persone, le poche che le restano accanto a partire dalla famiglia un senso di vergogna per cose che non si sono compiute”. 

Anche lei si riparò sparendo?
“La reazione fu quella di rinchiudermi, di vergognarmi di cose che sapevo perfettamente di non aver fatto”. 

Lei era un politico, come lo è Laus. Ma la politica in gran parte si girò dall’altra parte, anche il suo partito.
“Soprattutto il mio partito. Gran parte del mio partito sulle mie vicende ha goduto. Ho avuto più soldiarietà, vera, reale e costante da avversari politici, e non parlo dei Cinquestelle. Anche dalla mia parte c’è stato chi mi ha mostrato vicinanza, poche però. Nelle serate sulle terrazze e nelle cene con camerieri in guanti bianchi l’atteggiamento era diverso, lo so bene. Lì hanno goduto delle mie vicende, presumo accada lo stesso ora per Mauro”.

Da questa esperienza cosa si sentirebbe di consigliare a chi si trova oggi nel frullatore mediatico-giudiziario?
“Quello che io non ho fatto, ma che ho capito dopo. Non rinchiudersi. Stare subito sulla piazza, a testa alta e senza vergognarsi. La dignità viene distrutta in poche ore. E la dignità e il rispetto umano deve essere alla base di ogni comunità. Per me vale rispetto a chiunque, a partire dal mio peggior avversario. E viene ancora prima della cultura garantista, oggi professata da molti. A parole”.

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