Crosetto perde peso (in FdI), "crosettiani" a stecchetto
07:00 Lunedì 28 Luglio 2025Il rapporto con la premier non è più quello di un tempo: Palazzo Chigi si raffredda, la "fiamma magica" lo tollera appena e in Piemonte i suoi si avvicinano al cerchio meloniano, da Delmastro a Montaruli. Ma lui guarda oltre: al Colle più alto
A Palazzo Chigi si respira un’aria pesante, come quando il vento di Roma porta con sé la polvere del raccordo anulare. Dopo oltre mille giorni di governo, il consenso di Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni, resta un monolite: i sondaggi oscillano intorno al 28%, un risultato da leccarsi i baffi, ma quel 30% che profuma di Partito della Nazione sembra un miraggio lontano. E mentre la Fiamma magica arde ancora, Guido Crosetto, uno dei padri fondatori di FdI, pare sempre più titano isolato, relegato ai margini di un progetto che ha contribuito a costruire. Che succede tra la “nana malefica” (come lui, bonariamente, la chiama) e lo Shrek della politica piemontese?
Un connubio perfetto
C’era una volta, non troppo lontano, una coppia che sembrava inscalfibile. Lui, Crosetto, il democristiano di razza, cresciuto all’ombra della Balena Bianca, collaboratore di Giovanni Goria, e un recente passato da lobbista delle armi e degli armamenti. Folgorato sulla via di Arcore sotto le insegne berlusconiane è stato deputato, coordinatore del partito in Piemonte, sottosegretario. Lei, Meloni, l’underdog della destra romana, cresciuta tra la Garbatella e la Fiamma tricolore.
Fiamma magica e il sogno infranto del PdN
Insieme, nel 2013, fondano Fratelli d’Italia. Lui, antifascista dichiarato, era la foglia di fico perfetta: il moderato, il dialogante, l’uomo che piaceva al Quirinale e ai talk show, capace di smussare le accuse di chi vedeva in FdI solo una riedizione ripulita dei vecchi camerati. Celebre la foto di Crosetto che solleva Meloni in braccio, come Benigni con Berlinguer: il Gigante e la Bambina, un’immagine che valeva più di mille comizi. Ma, come in ogni telenovela che si rispetti, il lieto fine non è garantito. FdI, in una decina d’anni, è passato dal 3% al 28,8% delle Europee 2024, un’ascesa che farebbe invidia a un razzo di Elon Musk. Ma la trasformazione in Partito della Nazione, capace di attrarre l’establishment e il deep state, arruolando nuove leve e scolorendo le vecchie identità post-missine, è rimasta sulla carta. “Gggiorgia”, che in politica estera ha fatto dietrofront su molte posizioni storiche, in casa resta aggrappata alla purezza della “fiamma magica”. Circondata dalla generazione di Atreju e dai fedelissimi della prima ora, sembra ossessionata dal mantenere intatto il ceppo originario, lasciando poco spazio a chi, come Crosetto, porta un dna diverso.
Nomine, dossieraggi e schiaffi romani
Oggi, a Palazzo Chigi, si sussurra di un rapporto incrinato, un “quieto vivere” fatto di distanze di sicurezza e sorrisi di circostanza. Fonti autorevoli parlano di una fiducia che si è sfilacciata, di due personalità che si parlano ancora, ma non si fidano più fino in fondo. E se la politica è fatta di nomine e giochi di potere, è proprio qui che il sodalizio si è incrinato. Il “caso dossieraggio” è la miccia che ha fatto esplodere le tensioni. Crosetto, con il suo fiuto democristiano, denuncia sospetti e fa partire l’inchiesta di Perugia. Ma a Palazzo Chigi non gradiscono: poca condivisione, troppa iniziativa personale. E quando il ministro chiede di essere ascoltato dal Copasir, con un criptico «ho altro da dire» e un ancor più minaccioso «altri staranno zitti per un po’», a Chigi scatta l’allarme rosso. Nell’inner circle meloniano si fiuta puzza di bruciato, si vedono complotti ovunque, e il gelo verso Crosetto è palpabile. Le nomine sono il vero campo di battaglia.
Ogni pedina nei gangli dello Stato – Forze Armate, aziende partecipate, Servizi segreti – è motivo di divergenza quanto non di scontro aperto. A marzo 2023, per Leonardo, Crosetto spingeva per Lorenzo Mariani, mentre Meloni aveva promesso la poltrona a Roberto Cingolani. Ha vinto lei. All’Aise Giovanni Caravelli è stato nominato direttore su proposta di Matteo Piantedosi, con la regia di Alfredo Mantovano, il sottosegretario con delega ai Servizi. Uno schiaffo a Crosetto. Stessa storia per l’Aisi, dove Bruno Valensise ha soffiato il posto a Giuseppe Del Deo, intimo del ministro. Crosetto, però, ha incassato una vittoria: la nomina del generale Luciano Portolano a capo di stato maggiore della Difesa, al posto di Giuseppe Cavo Dragone. Ma è una goccia nel mare di un rapporto sempre più critico, non ancora compromesso, ma pericolosamente vicino al punto di non ritorno.
Ai margini di FdI, anche nel suo Piemonte
E poi c’è il partito dove Crosetto pare sempre più un corpo estraneo, pure nel “suo” Piemonte, dove ha svolto il suo apprendistato politico sebbene viva ormai stabilmente a Roma. In quello che, almeno in teoria è un suo feudo, FdI con il 30,44% alle Europee ha fatto il botto, piazzandosi sopra la media nazionale, un successo solo parzialmente offuscato dal contemporaneo voto alle Regionali (24,43%). Un segnale, forse, che il Piemonte, pur orgoglioso del suo “Gigante di Marene”, non è più il suo fortilizio, nonostante il nipote Giovanni sia stato spedito al Parlamento europeo praticamente solo sull’onda del cognome (qualcuno sapeva chi fosse?). E qui entra in gioco la piccola (ma guai a chiamarla così) corrente crosettiana. In Fratelli d’Italia le correnti non esistono, si sa, ma un pugno di dirigenti, consiglieri regionali e parlamentari si rifà a lui: ex Forza Italia come il senatore novarese Gaetano Nastri, il segretario regionale e deputato di Torino Fabrizio Comba e il conterraneo cuneese Paolo Bongioanni. Ma il “cuore nero” del partito resta quello degli ex Msi e An, come Augusta Montaruli e Andrea Delmastro, il “Satanello” di Biella sottosegretario alla Giustizia, che fanno il bello e il brutto tempo.
"Se ne frega"
Crosetto, assorbito dalle grane di Palazzo Baracchini e dallo scacchiere geopolitico, del partito verrebbe da dire che “se ne frega” se non si rischiasse di evocare un lessico che non gli appartiene. E i suoi fedelissimi? Giurano lealtà, amicizia, persino affetto, ma nel frattempo tessono legami sempre più stretti con il nucleo duro meloniano. Nastri da questore di Palazzo Madama è praticamente un attendente di Ignazio La Russa, Comba, “scortato” da due vice (Bongioanni e Federico Riboldi, il federale della Sanità), è ormai pappa e ciccia con Montaruli e Maurizio Marrone, l’assessore regionale al Welfare e uomo forte a Torino. Bongioanni, con la sua delega all’Agricoltura, ha costruito un asse solido con il ministro Francesco Lollobrigida, e si dice debba proprio all’ex cognato d’Italia le recenti acquisizioni di due deleghe pesanti, Sport e Turismo, strappate alla “ripudiata” Marina Chiarelli. Crosetto, informato più per canali paralleli che attraverso il partito, lascia fare. Ma quando scopre dai giornali di essere stato bellamente ignorato su alcune nomine, il suo metro e novantasei di altezza non basta a nascondere l’irritazione.
Un Gigante con lo sguardo al Colle?
E allora, che farà Crosetto? Il Gigante di Marene, con la sua rete di relazioni trasversali, sembra guardare oltre. Dicono scruti sempre più intensamente l’orizzonte, e c’è chi sussurra che il Quirinale non gli dispiacerebbe. Ma, come insegnano i vecchi notabili, lì non ci si candida: ci si fa trovare pronti. E Crosetto, con le sue relazioni trasversali, il rapporto privilegiato con Mattarella e il suo staff, e un profilo che non puzza troppo di partito, potrebbe essere un candidato pronto, di certo più potabile del “monarchico” Antonio Tajani. Il percorso è tortuoso: con FdI che nel profondo non lo ama e un rapporto con Meloni che sembra agli sgoccioli, dovrà giocare le sue carte con astuzia. Ma una cosa è certa: in questa Roma complottara e caciarona, il suo passo pesante si sente. E chissà che, alla fine, non sia lui a prendere la rincorsa.


