GIUSTIZIA

Magistrati condannati, per punizione li spediscono a Torino

Licata, sanzionato per falso materiale con una pena di due anni e quattro mesi, approda al tribunale subalpino come giudice del lavoro. Raggiunge Ruggiero, colpito da misure disciplinari per tentata violenza privata, celebre per le sue indagini controverse a Trani

Torino si sta trasformando in una sorta di “confino” per i magistrati sottoposti a provvedimenti disciplinari da parte del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). Dopo il caso di Michele Ruggiero, il tribunale subalpino accoglierà presto anche Fabio Licata, un altro giudice colpito da una sanzione disciplinare. Entrambi i magistrati, condannati per condotte scorrette nell’esercizio delle loro funzioni, sono stati trasferiti sotto la Mole, dove svolgeranno il ruolo di giudici civili, in quello che sembra configurarsi come un “esilio” professionale per espiare le loro punizioni.

Il caso Licata: la sentenza della Consulta

La vicenda di Fabio Licata trae origine da una sentenza della Corte Costituzionale (n. 51) che ha dichiarato illegittima la norma che prevedeva l’automatica rimozione dalla magistratura in caso di condanna penale a una pena detentiva non sospesa. La Corte ha ribadito che la sola condanna penale non può giustificare l’espulsione automatica di un funzionario pubblico o di un professionista, come un magistrato, senza una valutazione discrezionale dell’organo disciplinare. Tale principio tutela il ruolo del Csm, che deve poter valutare caso per caso la sanzione più appropriata. Licata, ex giudice della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, era stato condannato in via definitiva a due anni e quattro mesi di reclusione per falso materiale. Il magistrato aveva apposto, con il consenso della presidente del collegio Silvana Saguto, la firma apocrifa di quest’ultima su tre provvedimenti giurisdizionali. Saguto, nota come la “zarina” dei beni confiscati alla mafia, è stata a sua volta condannata a sette anni e dieci mesi per aver gestito in modo clientelare le nomine degli amministratori giudiziari dei beni sequestrati alla criminalità organizzata.

La sentenza della Consulta ha accolto il ricorso di Licata, sollevato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, annullando la rimozione automatica e rinviando la decisione al Csm. Giovedì 24 luglio 2025, la sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli, presieduta dal vicepresidente Fabio Pinelli, ha emesso la nuova sentenza. Durante l’udienza, è stato ascoltato come testimone Lorenzo Chiaramonte, collega di Licata dal 2010 al 2015 presso la sezione misure di prevenzione di Palermo, che ha descritto le prassi operative del collegio presieduto da Saguto. Al termine, il Csm ha deciso di applicare a Licata la sanzione disciplinare della sospensione dalle funzioni per due anni, disponendo inoltre il suo trasferimento al Tribunale di Torino con funzioni di giudice del lavoro.

Ruggiero: da simbolo di pulizia alla polvere

A Torino, Licata raggiungerà Michele Ruggiero, un altro magistrato trasferito in seguito a una condanna disciplinare. Ruggiero, noto per le sue clamorose inchieste come pubblico ministero a Trani, è stato condannato in via definitiva nel gennaio 2022 a sei mesi di reclusione per tentata violenza privata su testimoni, accusati di aver ricevuto tangenti. Inoltre, è stato recentemente condannato in primo grado dal Tribunale di Lecce a tre anni e nove mesi di reclusione per violenza privata (reato prescritto) e falso in atto pubblico, con l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Ruggiero, per anni simbolo della magistratura tranese, si è distinto per indagini mediatiche contro banche e finanza, come quelle contro American Express, Deutsche Bank, Bnl, Mps, Unicredit, Barclays, Morgan Stanley, Banca d’Italia e le agenzie di rating. Tuttavia, tutte le sue inchieste, spesso caratterizzate da ipotesi ardite, si sono concluse con archiviazioni, proscioglimenti o assoluzioni. Celebre il caso contro Standard & Poor’s, durante il quale Ruggiero si presentò in aula con una cravatta tricolore, simbolo del suo approccio “patriottico” alla giustizia.

Nonostante gli esiti giudiziari controversi e deludenti, Ruggiero ha goduto di grande popolarità, diventando un punto di riferimento per l’opinione pubblica. Il Movimento 5 Stelle lo ha voluto come consulente della Commissione d’inchiesta sulle banche, mentre Sinistra Italiana e Fratelli d’Italia lo hanno celebrato, con quest’ultima che lo ha invitato alla kermesse di Atreju come esempio di “patriota”. Ruggiero è anche autore del libro Sotto attacco, pubblicato da Paper First (casa editrice del Fatto Quotidiano), con una prefazione elogiativa dell’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio. Tuttavia, le sue metodologie investigative, spesso discutibili, hanno contribuito a offuscare la sua immagine. Anche Ruggiero, come Licata, è stato sospeso per due anni e trasferito a Torino, dove al termine della sanzione tornerà a esercitare come giudice civile.

Torino come “confino”

Il trasferimento di Licata e Ruggiero a Torino sembra delineare un pattern: la città sabauda sta diventando una destinazione per quei magistrati che, dopo condanne penali o disciplinari, devono scontare una sanzione senza essere radiati dalla magistratura. Destinazione che se da un lato sembra offrire l’immagine di un ambiente dove i magistrati possono continuare a operare in un ambito meno esposto rispetto alle precedenti funzioni, spesso legate a indagini o procedimenti di grande rilevanza, dall’altra rischia di relegare gli uffici subalpini in una sorta di terra di confino. Inoltre, tali vicende sollevano interrogativi sul sistema disciplinare della magistratura italiana.

La sentenza della Corte Costituzionale nel caso Licata sottolinea l’importanza di una valutazione caso per caso, evitando automatismi che potrebbero ledere i principi di proporzionalità e giustizia. Tuttavia, il trasferimento a Torino di magistrati con condanne penali, anche se non radiati, alimenta i dubbi sull’opportunità di mantenere in servizio professionisti che hanno commesso reati gravi, ancorché nell’esercizio delle loro funzioni. In un contesto in cui la fiducia nella magistratura è messa sempre più alla prova (anche a Torino), casi come questi rischiano di alimentare ulteriori polemiche.

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