ECONOMIA DOMESTICA

Il lanificio Angelico sfila fuori dal baratro. La tela di Ambrosini e lo strappo dell'Inps

Via libera dal tribunale di Biella all'accordo con i creditori: salvi la storica azienda e i 120 dipendenti grazie alla nuova normativa sulla crisi d'impresa. Il no dell’ente previdenziale (bacchettato dai giudici). L'ordito del professore torinese con Deloitte

Dopo quasi due anni di agonia tra cifre impietose e trattative estenuanti, è arrivato il verdetto che rimette in piedi uno dei simboli industriali del Biellese. Il tribunale di Biella ha omologato gli accordi sottoscritti dal Lanificio Angelico con la maggioranza dei suoi creditori. Una boccata d’ossigeno per l’azienda, per i suoi 120 dipendenti e per un intero territorio – quello del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino – che ancora una volta ha rischiato di veder scivolare nel vuoto uno dei suoi marchi storici.

A guidare il salvataggio, più che un eroe, un team affiatato di giuristi: il professor Stefano Ambrosini, punta di diamante del diritto della crisi d’impresa, insieme al concittadino Michele Palladino e al biellese Domenico Monteleone. Con loro, la Deloitte a tessere (è il caso di dirlo) la tela della proposta, mettendo in fila numeri e argomenti per persuadere le banche, l’Agenzia delle Entrate e gli altri creditori che l’alternativa – il fallimento – sarebbe stata un salto nel vuoto. E ci sono riusciti. O quasi.

Una storia che continua

Fondata nel 1959, Angelico ha attraversato decenni di trasformazioni mantenendo l’identità familiare e una vocazione al bello che ha fatto scuola: dai telai artigianali alla produzione industriale, sempre con un occhio all’eleganza e uno al mercato. Il sito aziendale racconta con enfasi quasi poetica i “grandi viaggi” tra continenti, alla ricerca di un gusto che fonde “tradizione e tendenza”. Finché, come per molti, è arrivato il Covid a spezzare il ritmo e a far saltare i conti. Il resto è stato un lento logoramento, finché non si è imposto un bivio: chiudere, o tentare una ristrutturazione.

Le banche ci hanno creduto, persino quelle più lontane dal territorio. E anche la Banca Sella – storica istituzione biellese – ha fatto la sua parte, rafforzata dal proprio rilancio su scala nazionale. L’Agenzia delle Entrate, di solito poco incline alle concessioni, ha riconosciuto che il crac sarebbe costato ancora di più allo Stato. Tutti d’accordo, dunque? Non proprio.

Il niet dell'Inps

Contro ogni logica, l’Inps si è messa di traverso. Nessun assenso, nessuna disponibilità a trattare. Come se, tra le pieghe burocratiche, qualcuno tifasse per la fine dell’azienda. A quel punto è toccato agli avvocati giocare la carta della nuova legge sulla crisi d’impresa, che consente – anzi incoraggia – di superare l’opposizione di singoli creditori se c’è una prospettiva concreta di salvataggio. E il tribunale ha dato ragione ai proponenti. Lo si legge nero su bianco nelle motivazioni della sentenza, consultata allo Spiffero: “Va tenuto in considerazione e sottolineato l’interesse alla conservazione dei posti di lavoro dei 119 lavoratori attualmente dipendenti ed al mantenimento in attività dell’impresa di cui si tratta, radicata sul territorio e fonte di introiti, in definitiva, anche per gli stessi creditori istituzionali”. Tradotto: meglio un’azienda viva che un mucchio di carte in un archivio fallimentare.

Così il Lanificio Angelico è salvo. Non grazie a miracoli, ma al lavoro certosino di chi conosce il diritto e sa trattare coi numeri. E al buon senso di un tribunale che ha saputo guardare oltre le rigidità di certi enti. Quanto all’Inps, resta il mistero del suo niet ostinato. Forse qualcuno ha confuso i diritti con i timbri, o semplicemente ha dimenticato che un lavoratore licenziato costa più di uno salvato. Ma questa, come sempre, è un’altra storia.

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