Stagnazione politica
Juri Bossuto 06:41 Giovedì 31 Luglio 2025
Il vocabolario della politica italiana si è arricchito di un nuovo termine: “Divisivo”. Il neologismo, adottato soprattutto nelle aule consiliari e parlamentari, indica generalmente un argomento che induce i gruppi politici a contrapporsi vicendevolmente, poiché arroccati su posizioni divergenti. L’attuale panorama istituzionale ha il timore, quasi ossessivo, che nelle aule dedicate al dibattito vengano inseriti argomenti da cui possano derivare confronti accesi o, peggio, forme di conflitto che anticipino atti di ostruzionismo (diretti ad affossare l’iter di approvazione delle leggi o delle delibere).
Un mare piatto, un’intesa perfetta, uno sguardo sul mondo e sul sistema economico pressoché identico caratterizza, oramai da tempo, i rapporti tra le maggioranze e parte delle minoranze che siedono negli emicicli istituzionali. L’angoscia perenne di poter generare uno scontro ideale conduce regolarmente a intese, a mediazioni che trovano facilmente un punto di incontro: una sintesi spesso a esclusivo vantaggio di chi governa.
La sensazione netta è quella di un modello culturale dominante che non ammette disallineamenti dal dogma granitico. L’assioma alla base della verità assoluta, non soggetto quindi a “sterili” discussioni, è quello di un sistema (il nostro, iperliberista e consumistico) che si presenta come il migliore in assoluto e, non essendoci alternative, nessuno può permettersi di metterlo in discussione.
La tesi del “Sistema migliore sul pianeta” non ammette repliche, sia nel sostegno al liberissimo Mercato, che nello schierarsi con i propri alleati nelle guerre in corso (nello specifico a fianco di Zelensky e Netanyahu) senza lasciare spazio a critiche dirette agli “amici” o alla diplomazia. L’esternalizzazione dei servizi alla persona è oramai un dato acquisito e imprescindibile, così come è routine la svendita del patrimonio comune al business. Sport, sanità, spiagge, università (oggi spopolano quelle private con corsi on line) e welfare sono nelle mani di gruppi privati raramente animati da uno spirito filantropico, bensì mossi dal solo scopo di fare cassa per produrre utili e dividenti da destinare ai propri azionisti.
Il tema dei diritti civili, purtroppo, segue la stessa strada intrapresa dalla politica interna e da quella estera. In uno scenario mondiale dove ovunque viene fatto scempio della dignità umana e dei corpi dei cittadini, tramite la tortura e l’applicazione della pena di morte, i “Paesi cattivi” sono sempre gli stessi. La politica condanna “casualmente” le nazioni non annoverate tra quelle filo-occidentali, mentre tutte le altre beneficiano dall’indulgenza plenaria, poiché alleate degli Usa oppure amiche dell’Unione Europea (indulgenza che già in passato assolse dai suoi crimini Pinochet e il Generale Franco). Le esecuzioni capitali, ossia lo Stato che si trasforma in giustiziere (salvo errori nel giudizio scoperti post uccisione), riguardano la Cina come gli Stati Uniti e, purtroppo, molti altri Paesi posti sotto l’influenza atlantica.
Il Rapporto annuale sul rispetto dei diritti umani, redatto da Amnesty International, non fa sconti a nessuna nazione, ricordando la tragedia di cui è vittima il popolo palestinese e al contempo denunciando l’espulsione dagli Stati Uniti, l’anno scorso, di oltre 25.000 haitiani in cerca di asilo. Nel Rapporto non vengono scordate le numerose leggi promulgate in Occidente contro l’aborto e a contrasto del diritto di manifestare in piazza il dissenso sociale. Nel mondo vengono perseguitate molte minoranze religiose, così come non hanno vita facile gli atei, mentre molti governi applicano ancora pene corporali (taglio delle mani) ai colpevoli di furto e la lapidazione quale pena riservata alle donne “adultere”.
In tale contesto, è politicamente “facile” condannare Venezuela e Iran, mentre sembra impossibile esprimere un uguale ferrea condanna nei confronti di Israele, Ucraina, Arabia Saudita, Afghanistan, Siria e i Paesi dell’Est che perseguono chi abortisce. Tutelare i diritti civili e umani dovrebbe tradursi in uno sguardo lucido e oggettivo sul mondo, così come in casa propria, ma di questi tempi essere buoni osservatori è un comportamento equiparabile al “tradimento” della patria e dei suoi indiscutibili valori.
La stessa assenza di opportunità concesse a tutti, cosicché poter condurre una vita dignitosa, è grave violazione dei diritti umani, come lo è l’indigenza, la miseria, dormire in strada e non avere risorse economiche sufficienti a curarsi in caso di malattia: cruda realtà che interessa ormai anche Torino e l’Italia intera, su cui (a quanto sembra) regna il silenzio quasi unanime (senza divisioni politiche tra le coalizioni di Centrodestra e di Centrosinistra).
Il non “divisivo” nega il conflitto nelle aule, ossia quel confronto da cui spesso nascono idee e proposte (poiché frutto di tensioni ideale non solamente narcisistiche). L’Italia è cresciuta nello scontro, anche sociale, tra due grandi forze: da una parte la Dc e i suoi alleati, e dall’altra il Pci. Il confronto, spesso acceso, tra i due mondi politico-culturali diversissimi tra loro ha prodotto uno sguardo sul mondo che ha nutrito la nostra diplomazia, e ha consentito di elaborare un’importante legislazione sociale a tutela dei lavoratori e delle fasce deboli (oggi purtroppo cancellata in molte sue parti).
L’omologazione, così come l’acqua ferma degli stagni, produce entropia, mentre il confronto genera energia, idee e progresso sociale: l’unica reale cura alla dolorosa sofferenza che ormai priva le nostre comunità del respiro vitale.


